COSTITUZIONE della REPUBBLICA ITALIANA

La COSTITUZIONE della REPUBBLICA ITALIANA, entrata in vigore il 1° gennaio 1948 "... Art. 1. - L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. "... Art. 2. - La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. "... Art. 3. - Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Ad alunni da Architetto, Docente di Disegno e Storia dell'Arte

Pagine realizzate da Architetto e Docente del Liceo Scientifico: "Agli alunni delle mie Classi del Liceo Scientifico "A. Einstein" di Mottola (Ta), "...Non temete il giudizio di chi è capace solo di deridervi, perchè senz'altro è invidioso ed incapace di proporre qualcosa. Ride degli altri perchè, come parassita, nasconde la vergogna di piangere su se stesso. Non abbiate paura di questi poveri gnomini."

Silenti figure di umana pietà - GIUSEPPE di ARIMATEA e NICODEMO

addì venerdì 3 aprile 2026

1 – Introduzione

Il giorno del Venerdì Santo è un momento particolare per i Cristiani che, mentre ricorda la passione e morte del Cristo di Dio, l'uomo Gesù, suscita sentimenti di umana pietà nei confronti di quegli esseri umani bisognosi di aiuto nei momenti più tristi e angoscianti della carnale esistenza temporale.

Proprio la compassione umana, su cui ho maturato le mie riflessioni per un tempo di circa due anni, è stata la circostanza di riferimento come oggetto di studio e, in particolare, l'esempio di Giuseppe di Arimatea e Nicodemo mi ha guidato sul percorso riflessivo che oggi, in occasione di questo Venerdì Santo del 2026rendo pubblico.

Il periodo contemporaneo con i suoi aspetti positivi e negativi, manifestati dalle situazioni e circostanze della vita quotidiana, suscita tante riflessioni per gli accadimenti che mostrano, con chiarezza, i comportamenti del genere umano e da cui non si può prescindere, evitare, negare o nascondere quanto la mente umana sia perversamente capace di ideare progetti, escogitare meccanismi e realizzare eventi anche dannosi e distruttivi per il genere umano stesso.

Infatti giorno per giorno emergono situazioni per nulla legate alla logica comportamentale di un epoca votata al bene comune e alla collaborazione tra le genti, basata su concetti, più o meno, umanistici, che hanno caratterizzato, finora, la “civiltà occidentale”, bensì compaiono, in opposizione a quei principi, atteggiamenti animaleschi, sopraffattivi e distruttivi degli altri esseri umani, allo scopo di esaltare la propria forza in nome, a volte, di sclerotici e sregolati principi che producono stupore e disorientamento collettivo.

Queste situazioni tendono a sovvertire, cambiare e stravolgere quelle regole dettate dal desiderio di “pace tra i popoli” stabilite dopo i due grandi conflitti mondiali del XX° secolo, i più disastrosi della storia umana che hanno coinvolto direttamente o indirettamente molte nazioni con grandissimo numero di vittime tra le popolazioni civili e militari.

L’osservazione degli odierni eventi, comparati ai sentimenti, alle emozioni e ai pensieri che caratterizzano il bene e il male nell’uomo nel corso della storia, inducono a rivedere e meditare sul percorso storico che ha visto il Cristianesimo diffondere principi di “amore fraterno” e, conseguentemente, di “umana pietà” nei confronti di ogni essere umano che ha bisogno di sostegno e aiuto nei momenti particolarmente significativi, difficoltosi e drammatici della carnale esistenza temporale.

Ed ecco che riguardare gli eventi accaduti in un momento particolarmente drammatico della storia di un uomo speciale, il Cristo di Dio, l’uomo Gesù, induce a riflettere e selezionare con discernimento le motivazioni per cui oggi il bene comune, o meglio: il benessere comune, non è più il primario obbiettivo sociale da raggiungere, ma è stato emarginato, anzi, sostituito dall’astuta esaltazione individuale, mostrata senza pudore dalle deliranti, ciniche e ipocrite personalità governative, manifestate attraverso la esuberante vanità orgogliosamente mondana.

Ciò mette in evidenza la brutale violenza del più forte nei confronti del più debole, facile preda riducibile e assoggettabile alla volontà altrui, specialmente se il prepotente è spalleggiato dal recinto protettivo del branco che, composto da altri simili spregiudicatamente cattivi e peggiori di lui, raggiunge la più feroce e perfida crudeltà di cui l’uomo è selvaggiamente capace.

È chiaro che tutto ciò è in contrastante opposizione alla dottrina predicata da Gesù che, invece, aveva come scopo il compimento della Legge Divina:

«Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti»  (Mt 22,37-39).

Dunque: “amerai il tuo prossimo come te stesso” è il concetto coinvolgente e totale che definisce l’umanesimo della “civiltà occidentale” attento al bisogno dell’essere umano verso cui compiere il gesto amorevole nei momenti più tristi e drammatici della sua esistenza, quando, cioè, necessita di un aiuto particolarmente forte e coraggioso.

Perciò il modo semplice di riconoscere il “prossimo” è l’incontro col bisogno dell’essere umano, come quello raccontato dall’evangelista Luca nell’episodio in cui, un dottore della Legge, pose a Gesù la domanda: "Chi è mio prossimo?» ed egli rispose:

«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». (cfr. Lc 10,29-37)

Dunque compiere un gesto amorevole, nei riguardi del prossimo, è avere “compassione di lui” non solo nei momenti più tristi e drammatici della carnale esistenza temporale, ma sempre e in ogni istante della vita.

Ed è proprio la ricerca di esempi specifici che, in occasione di situazioni drammatiche appartenenti alla carnale esistenza temporale di ogni essere umano, fa risalire all’emblematico episodio della morte di Gesù, allor quando, con l’intervento discreto di uomini coraggiosi e senza timore, appare con evidente chiarezza il gesto amorevole, carico di compassione per Lui, a dimostrare come l’amore verso il prossimo definisce la “umana pietà”, specchio di ciò che l’uomo è anche capace di essere.

L’episodio che suscita commoventi sentimenti di ammirazione, per le gesta di umana pietà, è quello riguardante i due personaggi che, storicamente certificata sia nei quattro nei Vangeli Canonici di Matteo, Marco, Luca, Giovanni e sia in quello Apocrifo di Pietro, compaiono nel momento in cui viene descritta la deposizione di Gesù dalla croce e la Sua sepoltura: Giuseppe di Arimatea e Nicodèmo.


2 – Figure di umana pietà

Generalmente il gesto di umana pietà verso la carnale esistenza temporale appare evidente, in modo specifico ed emblematico, quando una persona cara muore con lo spegnersi della vita, ed è qualcosa che riguarda tutti gli esseri umani: famosi o sconosciuti, ricchi o poveri, buoni o cattivi, amati o odiati.

La scomparsa di qualsiasi essere umano è, comunque, l’occasione per suscitare emozioni e dispiacere da cui scaturisce, con coraggio, il desiderio di cambiamento nei parenti più prossimi e nei conoscenti del defunto che, proprio in quel momento, capiscono quanto fosse importante quella specifica e particolare esistenza in vita e, anche se rattristati profondamente da quella perdita, sono pervasi da sinceri sentimenti di umana pietà che suscitano frenetiche, commoventi e particolari attenzioni verso le sue spoglie mortali, al fine di preparare una giusta, onorevole e dignitosa sepoltura.

Questo sentimento di umana pietà, spesso e in modi diversi, è sentito ed è vivamente presente in coloro che, coinvolti, partecipano ai momenti in cui il bisogno umano si mostra con tutta la crudezza drammatica delle sofferenze non solo personali, ma anche collettive, come: guerre, stermini, catastrofi, incidenti, ecc.

Le figure di umana pietà, generalmente, compaiono nel momento in cui la vita di un essere vivente si spegne, nell’istante dell’abbandono del soffio vitale, nell’attimo della cessazione funzionale degli organi vitali, nel distacco dalla carnale esistenza temporale e, sostenendo fattivamente i parenti,  contribuiscono ad organizzare tutte le azioni necessarie per seppellire le spoglie mortali.

L’animo umano custodisce in sé, storicamente, un profondo senso di umana pietà verso le spoglie mortali dei propri defunti, così come si evince sia dalle antiche storie bibliche in cui vengono narrati episodi che riguardano i parenti deceduti di personaggi famosi e sia dalle più comuni storie di vita quotidiana che narrano fatti drammaticamente luttuosi accaduti nel corso delle varie epoche.

Il patriarca Abramo, quando Sara sua moglie morì nella terra di Canaan, chiese agli Ittiti di poterla seppellire in un sepolcro di quel territorio, ed era disposto anche a comprare il terreno per la sepoltura che, invece, gli venne pietosamente ceduto da quel popolo come è raccontato nel libro della Genesi che descrive, proprio, questo particolare dialogo:

«Io sono forestiero e di passaggio in mezzo a voi. – dice Abramo – Datemi la proprietà di un sepolcro in mezzo a voi, perché io possa portar via il morto e seppellirlo».

Allora gli Ittiti risposero ad Abramo:

«Ascolta noi, piuttosto, signore. Tu sei un principe di Dio in mezzo a noi: seppellisci il tuo morto nel migliore dei nostri sepolcri. Nessuno di noi ti proibirà di seppellire il tuo morto nel suo sepolcro».

Ed ecco che appare evidente la umana pietà di un popolo quando, all’insistenza di Abramo per comprare il sepolcro, un rappresentante di quel popolo rispose:

«Ascolta me, piuttosto, mio signore: ti cedo il campo con la caverna che vi si trova, in presenza dei figli del mio popolo te la cedo: seppellisci il tuo morto». (cfr. Ge 23, 4-11)


La stessa umana pietà è presente in un altro episodio che vede protagonista un famoso personaggio biblico: Giuseppe quando, morto suo padre Giacobbe (Israel), chiese al faraone, tramite i suoi dignitari, di andare a seppellirlo nella terra di Abramo:

«Se ho trovato grazia a i vostri occhi, vogliate riferire agli orecchi del faraone queste parole. Mio padre mi ha fatto fare un giuramento, dicendomi: “Ecco, io sto per morire: tu devi seppellirmi nel sepolcro che mi sono scavato nella terra di Canaan”. Ora, possa io andare a seppellire mio padre e poi tornare».

Il faraone, manifestando con commozione proprio il senso di umana pietà, rispose:

«Va’ e seppellisci tuo padre, come egli ti ha fatto giurare».

Giuseppe andò a seppellire suo padre e con lui andarono tutti i ministri del faraone, gli anziani della sua casa, tutti gli anziani della terra d’Egitto. (Ge 50, 4-7).

Dunque, in ogni tempo e nella storia di ogni popolo c’è traccia dell’umana pietà verso i defunti e il gesto amorevole di Giuseppe di Arimatea e Nicodèmo, due personaggi silenti e discreti, appare emblematico proprio per la compassione manifestata con coraggio e senza incertezze.

Giuseppe di Arimatea e Nicodèmo sono presenti nel momento in cui viene descritta la deposizione di Gesù dalla croce e la sua sepoltura, pur non essendo protagonisti principali, sono una comparsa a sorpresa, sul Golgota, che suscita un distratto stupore è una pietistica azione sbalorditiva proprio nel momento successivo alla morte di Gesù, quando il suo corpo è deposto dalla croce, portato nel sepolcro per la sepoltura e scompare dalla vista dei propri cari.

L’accostamento di Giuseppe di Arimatea e Nicodèmo a personaggi storici come Abramo, Giuseppe e a qualunque altro personaggio, presente in qualsiasi altra storia degli esseri umani, definisce come queste “figure di umana pietà” sono l’emblematico esempio degli accompagnatori verso la dimora eterna del “defunto”, cioè sono i curatori delle spoglie mortali, sono la silente presenza della pietà umana verso un altro essere umano che, a volte incute paura e timore, altre volte genera riconoscente gratitudine.

In questo caso specifico Giuseppe di Arimatea e Nicodèmo sono raccontati, nei libri evangelici, come figure di umana pietà che compaiono proprio nel momento più triste, più profondamente angosciante e più toccante della morte di Gesù, così come accade alla morte di ogni essere umano, allorquando compaiono figure di umana pietà che si prendono cura delle spoglie mortali e accompagnano il defunto fino alla sepoltura.

 

 

3 – Giuseppe di Arimatea

Personaggio citato in tutti e quattro i Vangeli Canonici di Matteo, Marco, Luca, Giovanni ed anche in quello Apocrifo di Pietro, in ognuno dei quali è menzionato con descrizioni tali che il suo carattere prende forma e l’immagine che appare è quella di un uomo che dopo aver incontrato Gesù, non rimane indifferente al suo messaggio e a ciò che rappresenta.

È descritto come uomo buono, giusto e ricco, originario di Arimatea, una città della Giudea, era membro autorevole del sinedrio, anch’egli aspettava il Regno di Dio, diventa discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei; pur essendo membro del sinedrio non aveva aderito alla decisione di uccidere Gesù e non aveva partecipato all’operato degli altri giudei.

Il suo incontro con Gesù è un incontro travolgente, suggestivo, emozionate e contagioso tanto da trasformare la paura umana in forza coraggiosa che apre l’animo alla grandezza dell’amore misericordioso verso gli altri esseri umani.

Giuseppe aspettava il Regno di Dio e Gesù gli ha toccato l’animo, lo ha fatto commuovere; i Suoi insegnamenti gli sono familiari, sono la conferma vivente di ciò in cui crede; percepisce le Sue parole come incitamento all’amorevole bontà, alla misericordia, alla mansuetudine e alla giustizia; egli è toccato nei sentimenti più intimi e, forse, ha anche pianto; però come fariseo e membro del sinedrio deve contenersi, deve nascondersi e non deve mostrare agli altri giudei la sua incontenibile gioia per ciò che ha conosciuto.

Quel giorno particolare, al termine di quell’evento terribile della passione e morte di Gesù, Giuseppe era molto turbato, si sentiva disorientato e incredulo, non avrebbe mai immaginato che quell’Uomo sarebbe finito in quel modo e, subito, scatta in lui il meccanismo della compassione protettiva verso quel corpo straziato dalle ferite.

Toccato e scosso profondamente dall’accaduto sente la necessità di dover fare qualcosa e, in quel momento senza indugio e senza pensare alle conseguenze, non avverte più la paura dei giudei, anzi, sente il dovere pietoso di seppellire il corpo martoriato di Gesù; la sua misericordia è più forte di qualsiasi paura, ed emerge con evidenza la sua pietosa e amorevole bontà verso colui che gli aveva dato la speranza della venuta del Regno di Dio per una esistenza umanamente migliore.

Senza indugiare e con coraggio si reca da Pilato per chiedere il corpo di Gesù che glielo concede e, per fare questo, senz’altro doveva essere membro autorevole del sinedrio e, considerate le modalità con cui ha agito, anche molto influente presso i Romani, probabilmente con questi aveva dei rapporti stretti, forse di affari o di commercio o di servizio, comunque doveva essere una figura di alto livello sociale per giungere direttamente al governatore Pilato, scavalcando le gerarchie ebraiche.

La compassione di Giuseppe è nota ed è riconosciuta anche da altri ebrei, rimasti toccati, come lui, nel profondo del cuore dalle gesta e dalle parole di quell’Uomo speciale e, questi, non indugiano a consentirgli di prendere quel corpo e si affidano a lui con la certezza che fosse la persona rispettabile più adatta e capace di seppellire dignitosamente le spoglie mortali di Gesù; ed egli non si tira indietro, anzi, ha pietà per il corpo di colui che ha visto fare opere buone e, invece adesso, è lui che deve fare un’opera buona verso le spoglie mortali di quell’Uomo straordinario, infatti Pietro, nel suo Vangelo Apocrifo, racconta:

«Gli Ebrei diedero il suo corpo a Giuseppe, affinché lo seppellisse; egli, infatti, aveva visto tutto il bene che aveva fatto; Preso il Signore, lo lavò, lo avvolse in un lenzuolo e lo portò nel suo proprio sepolcro, detto giardino di Giuseppe.» (Apocrifo Pt 6, 21-24).

Del resto come tutti i giudei, anch’egli non ha potuto fare a meno di incontrare Gesù, di ascoltarlo, di vederlo compiere gesti straordinari, di rimanere incuriosito e affascinato dalla Sua grande capacità di attrazione, di seguirlo come tanti altri giudei in forma anonima per non essere additato come Suo seguace, ed essendo egli stesso membro del Sinedrio, teme gli altri giudei e non vuole mostrarsi come discepolo di Gesù, anche se in cuor suo lo è di nascosto, ed infatti tutto questo suo atteggiamento emerge proprio negli scritti degli altri Vangeli Canonici.

Certo, però, che quando si accorge che ormai Gesù è morto, si rende conto della necessità di seppellire quel corpo mortale e, guardandosi intorno, incrocia lo sguardo compassionevole di Nicodèmo, ed è quello il momento in cui il coraggio, rendendoli complici nell’umana pietà, emerge in tutta la sua potenza, senza timore di ciò che avrebbero detto o fatto, nei suoi confronti, gli altri giudei, anzi proprio la presenza di Nicodèmo rende quel gesto pietoso carico di significato condiviso, anche nelle modalità di trattare il corpo con aromi prima della sepoltura nel nuovo sepolcro realizzato da poco, così come racconta Giovanni:

«Giuseppe di Arimatea era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei; chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù; andò e prese il corpo di Gesù; Vi andò anche Nicodèmo; presero il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, per preparare la sepoltura; nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, là posero Gesù.» (Gv 19, 38-42).

Per lui l’azione più naturale di normale cortesia, nei confronti di quell’Uomo, era quella di dare degna sepoltura alle sue membra, in un luogo sicuro e non facilmente violabile, a cui si aggiunge il gesto di rispettosa delicatezza per averlo riposto in un sepolcro nuovo e non contaminato da altri cadaveri, ed è ciò che emerge dal racconto di Luca:

«Un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, buono e giusto; non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri; era di Arimatea, una città della Giudea; si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù; lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto.» (Lc 22, 50).

La richiesta a Pilato del corpo di Gesù, scaturisce non solo da un sentimento di umana pietà, ma anche dall’istinto protettivo verso quel corpo martoriato che, riposto in fretta nel sepolcro, viene subito nascosto alla vista altrui, dalla roccia posta a chiusura dell’ingresso, ed è quanto racconta Marco:

«Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio; con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù; Pilato concesse la salma a Giuseppe; comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia; poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro.» (Mc 15, 42-46).

La compassione di Giuseppe verso il corpo di Gesù è molto forte tanto da mostrare nei fatti la sua generosa magnanimità e, pur essendo un “uomo ricco”, non ostenta la propria ricchezza, anzi umilmente la mette a disposizione offrendo il denaro necessario per acquistare il lenzuolo nuovo in cui avvolgere pietosamente quel corpo mortale ed, inoltre, è anche disposto ad accogliere quelle spoglie mortali nel suo sepolcro nuovo che aveva fatto preparare per se, così come racconta Matteo:

«Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatea, chiamato Giuseppe; chiese il corpo di Gesù a Pilato; prese il corpo di Gesù, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò.» (Mt 27, 57-60).

E finalmente, dopo una giornata turbolenta ed estenuante per gli eventi accaduti, Giuseppe d’Arimatea è colui che conclude tutta questa storia ponendo il punto finale.

Infatti con la posa della pietra all’entrata del sepolcro come estremo saluto per il riposo eterno al defunto e, consapevole di aver completato nel modo più dignitoso il gesto di umana pietà nei confronti del corpo di Gesù, «se ne andò».

Per questo Giuseppe d’Arimatea diventa una importante figura di umana pietà nei confronti di Gesù.

 

 

4 – Nicodèmo

Dottore della Legge, fariseo e membro del Sinedrio, è descritto come una persona autorevole presso il popolo e, quindi, era uno dei capi dei Giudei, indicato da alcuni studiosi come un rabbino ebreo molto ricco e rispettato dal popolo.

Egli è menzionato solo nel Vangelo di Giovanni, in cui compare tre volte:

·   La prima volta: quando di notte andò da Gesù per dialogare sull’origine del suo insegnamento e per avvisarlo dei pericoli che correva (3,1-21);

·   La seconda volta: quando interviene in difesa di Gesù nel momento in cui i Farisei tramano per farlo arrestare (7,45-51);

·   La terza volta: quando aiuta Giuseppe d'Arimatea a deporre il corpo di Gesù dalla croce e riporlo nella tomba (19,39-42).

Nicodèmo, candido, sincero e leale cercatore della presenza di Dio, genuino studioso della parola Divina, puro interprete delle Sacre Scritture, anche a lui è capitato, così come ai suoi contemporanei, di incontrare un uomo fuori dal comune, che non aveva uguali, che agiva in modo particolarmente straordinario e che suscitava un forte fascino attrattivo in coloro che lo incontravano e lo ascoltavano.

Perciò anch’gli era fortemente attratto da Gesù, sentiva dentro di sé il vibrante desiderio di incontrare quell’Uomo che con il suo modo di agire e di parlare, col suo modo di stare vicino all’essere umano, con la sua capacità di riconoscere il bisogno del quotidiano vivere, con il suo toccare profondamente l’intimo dell’animo umano, appare come la risposta vivente ai problemi e ai bisogni della carnale esistenza temporale.

Dunque, anche Nicodèmo vedendo e ascoltando Gesù, crede che è proprio colui il quale può dare risposte alle sue domande, crede che solo Gesù può soddisfare la sua sete di conoscenza, crede che solo Gesù può indicargli la reale, concreta e tangibile strada per giungere a Dio.

Nonostante temesse il giudizio del sinedrio, si rende conto che l’incontro con Gesù è un accadimento straordinario, unico e irripetibile da cui è impossibile sottrarsi, è un accadimento che ha stravolto la sua esistenza ed ha scombussolato la sua mente, quindi desidera incontrare quell’Uomo che compie azioni straordinarie, desidera l’incontro con quell’Uomo che cambia la vita a chiunque gli si presenta davanti, desidera l’incontro con la “parola” di quell’Uomo, desidera genuinamente conoscere la verità annunciata da quell’Uomo su Dio, ed è disposto con animo puro ad accogliere le indicazioni per poter giungere alla conoscenza di Dio.

Infatti, spinto dal desiderio di incontrare Gesù a tu per tu, per avere la conferma di ciò che in cuor suo pensava, lo cerca, lo va a trovare e, quando fu alla sua presenza, gli disse:

«Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui» (Gv 3,2).

Finalmente Nicodèmo è lì di fronte a quell’Uomo straordinario e fuori dal comune, è molto emozionato gli parla quasi balbettando, ma soprattutto è affascinato da quel Suo modo di ragionare e, rapito quasi in estasi, lo ascolta con molta attenzione quando Gesù gli disse:

«Se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio. Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito.» (Gv 3,3-8).

Ascoltando quelle parole, egli si rende conto che il Signore è con Lui, ed è ormai certo che Dio consente a Gesù di compiere opere, azioni e gesti straordinari; allora, come un ingenuo e innocente fanciullo, vuole conoscere la strada da percorrere e desidera ardentemente entrare nella grazia della benevolenza Divina, perciò Gli pone la domanda:

«Come può accadere questo?» (Gv 3,9).

In questa domanda c’è tutta la sua voglia di conoscere la verità, cioè chiede a Gesù di rivelargli, quasi in esclusiva per lui, in che modo è possibile cogliere lo Spirito di Dio che soffia dove vuole, in che modo è possibile ascoltare la Sua Voce che non si sa da dove viene e né dove va, in che modo si è capaci di individuare quella Voce profonda e nascosta tra le confuse e innumerevoli voci che la mente umana ascolta nell’intimo.

In quella domanda appare evidente il suo smisurato desiderio di conoscere le strade che conducono alla Gloria di Dio; come un bambino eccitato di fronte al regalo atteso; e mentre pone a Gesù quella domanda sente il suo cuore ardere fortemente per la certezza che quel momento sta per cambiargli la vita, sente il suo corpo vibrare nell’attesa della risposta che cercava, sente la sua mente fremere dalla voglia di collocare le risposte giuste nel posto giusto dei suoi personali e intimi ragionamenti di fede in Dio, come un puzzle a cui manca l’ultimo tassello per essere completato.

Gesù, invece, ribalta le sue aspettative e il senso di quella domanda, ne stravolge la prospettiva, infatti, gli pone una visione che non punta l’obbiettivo verso l’esterno diverso da “se”, ma verso il più intimo interno di “se”; tanto è che, pur conoscendolo nel profondo, lo fredda, lo blocca e, mostrandosi stupito quasi a rimproverarlo ma con un atteggiamento colmo di amorevole correzione, gli rispose:

«Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose?» (Gv 3,10).

Quella risposta sembra un “rimprovero” verso Nicodèmo, ma quella notte, in quell’incontro, in quella circostanza, Gesù non biasima Nicodèmo, anzi con benevolenza, riconosce che egli è un maestro desideroso di imparare, in grado di insegnare agli altri e, se pur considerandolo dottore della Legge, studioso delle Sacre Scritture e genuino cercatore della presenza di Dio, manifesta stupore in quanto proprio lui non comprende ancora la verità che Gesù andava annunciando e descrivendo.

Però Nicodèmo, sobbalzando è spiazzato da quella risposta e nonostante bloccato ed impietrito, con purezza e umiltà, si pone subito l’interrogativo: «Cosa dovrei conoscere oltre a ciò che so? In quale parte delle scritture è nascosta la risposta?».

Ma proprio in quel momento, all’improvviso, accade qualcosa in lui che lo scuote e illumina con un forte bagliore la sua mente e, subito, comprende che la vera risposta non è scritta nei testi, ma nel cuore dell’uomo, ed egli adesso la percepisce nitidamente dentro di se, chiaramente definita nel suo intimo più profondo e lo capisce specificamente quando Gesù gli disse:

«Noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza.» (Gv 3,11).

Questo “Noi” lo percepisce come la stretta unione tra Dio e il Cristo di Dio che, annunciato dalle Sacre Scritture, era atteso da tutti gli ebrei, quindi anche lui aspettava il Messia promesso, ed era ansioso di scoprire che Gesù lo fosse veramente.

Egli percepiva questa affermazione come momento di svolta importante, una rivelazione talmente particolare da farlo sentire ormai vicino alla verità su quell’Uomo straordinario che compiva gesti straordinari e soprannaturali, possibili solo ad una entità Divina alimentata dallo Spirito di Dio quale soffio non più vagante nel vento in modo casuale, ma innestato nella umana esistenza carnale di Gesù il Cristo di Dio, generato da Dio, nato dallo Spirito di Dio quale entità unitaria.

Questo “Noi” lo percepisce come la stretta unione tra Dio Padre, lo Spirito di Dio e Gesù Figlio, l’Uno diretta genealogia degli Altri e di Ognuno, nel suo essere unico e irripetibile, appartenente alla unicità Trinitaria che, in modo singolare, è composta da figure, relazioni e legami condensati tra loro, tanto da formare un unico corpo capace di “generare”, dando vita a quell’Essere Divino, frutto proprio del legame tra “generanti”, che a loro volta sono “generati” dalla genealogia di Dio.

Queste parole per Nicodèmo sono la chiave di lettura per sapere chi è quell’Uomo, ed infatti egli apprende con gioia ardente che Gesù è colui che si aspettava che fosse, perché senza indugi e senza alcun timore, Egli dichiara di essere l’unigenito Figlio di Dio, generato nella carnale esistenza temporanea come esempio di vita per ogni essere umano, a cui è data la possibilità di modellare la propria esistenza per ottenere la vita eterna.

Infatti Gesù parla del Regno che conosce e di cui Egli stesso è testimone, cioè un Mondo pieno di luce, di giustizia,  di serenità, di amore, di tenerezza, di verità, di fedeltà e colmo di tanti buoni frutti.

Nicodèmo comprende anche di non essere l’oggetto della lamentela di Gesù, che riguarda, invece, l’incredulità di quegli uomini i quali pur incontrandolo, non accolgono la Sua testimonianza, non ascoltano quello che dice e non si fidano nemmeno delle opere che compie nel nome e per conto di Dio, ed ecco che egli, docilmente, ascoltata e accoglie il dispiacere di Gesù quando disse:

«Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?

Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo.» (Gv 3,12).

Oltre ad essere tanto affascinato da quell’Uomo, Nicodèmo, si preoccupa anche per la sua incolumità fisica che gli stà a cuore, lo vuole proteggere dagli altri farisei, suoi pari, dei quali conosce il modo di pensare riguardo alle idee religiose, ma soprattutto teme il loro intento di ucciderlo, però Gesù, lo spiazza ancora una volta e stravolge i suoi timori, preannunciando quanto sta per accadergli ed essendo la sua sorte ormai già segnata, disse:

«E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.» (Gv 3,14-15).

Nonostante tutto Gesù afferma con autorità che Dio, generando nella carnale esistenza temporanea il Suo unigenito Figlio, non ha voluto condannare questo mondo pieno di tenebre, di malvagità, di odio, di falsità e di opere riprovevoli, perciò disse:

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.» (Gv 3,16-18).

Terminando l’incontro con Nicodèmo, Gesù coglie l’occasione per esprimere il giudizio su tutti gli uomini che scetticamente non accolgono le parole del Suo vangelo:

«E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.» (Gv 3,19-21).

Apparentemente l’incontro sembra aver suscitato un “rimprovero” verso Nicodèmo, “il primo” descritto nel vangelo di Giovanni che, però, non lo rattrista, anzi gli apre la mente e il cuore, tanto che, adesso, è certo perché ha ottenuto la conferma che aspettava, non ha più dubbi: «Egli è venuto da Dio».

Invece, Nicodèmo è rattristato dal “secondo rimprovero, descritto nello stesso vangelo di Giovanni,   che è esplicitamente pronunciato da alcuni membri del sinedrio, ovvero dall’irragionevolezza di quei farisei accecati dall’odio verso Gesù e, di conseguenza, anche nei suoi confronti che aveva simpatie e rispetto per lo stesso Gesù.

Infatti anche questo episodio è ambientato a Gerusalemme, quando alcuni abitanti parlando sottovoce, ma in luoghi pubblici, dicevano di Gesù:

«Non è costui quello che cercano di uccidere?» (Gv 7,25).

Perciò i capi dei sacerdoti e i farisei udendo che la gente mormorava queste cose, mandarono delle guardie per arrestare Gesù, ma le guardie avendo ascoltato tutto ciò che Egli diceva, ma non riscontrarono nei Suoi discorsi nulla che fosse contro la legge, quindi tornarono dai capi dei sacerdoti e dai farisei e dissero:

«Mai un uomo ha parlato così!». (Gv 7,46).

Quando i farisei ascoltarono ciò che dissero i soldati, la loro rabbia aumentò ancor di più e di conseguenza inveirono contro costoro:

«Vi siete lasciati ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!». (Gv 7,47-48).

Nicodèmo, in cuor suo, è ormai certo di chi fosse Gesù  e, dopo averlo incontrato, è convintamente sicuro che Egli è giusto, è vero, è il Cristo di Dio che gli ha cambiato la vita; quell’Uomo, dopo averlo ascoltato, gli aveva aperto gli occhi, la mente e il cuore; quell’Uomo gli aveva fatto capire come lo Spirito di Dio si manifesta a chi lo cerca; dunque sentiva ardentemente la necessità di fare qualcosa per Lui, ed era intenzionato ad agire per proteggere Gesù, col tentativo di evitare che gli altri membri del sinedrio prendessero una decisione insensata.

Allora egli si alzò nell’assemblea con tutta l’autorevolezza del maestro conoscitore della legge e, proprio in questo momento, prende coraggio, agisce e assume un atteggiamento di rispetto verso Gesù, nel tentativo di difenderlo, proteggerlo e salvarlo dalle minacce di morte di coloro che lo odiavano e, richiamando l’attenzione degli altri farisei sul modo di giudicare un uomo secondo la Legge, disse:

«La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?» (Gv 7,51).

Però gli altri capi dei sacerdoti e farisei, i quali erano già irritati e furiosi per l’impossibilità di azzittire e distruggere il “nemico Gesù” che, mettendo in pericolo la loro dottrina e la loro stessa esistenza di depositari della verità religiosa, suscitava la loro ira, li infastidiva, disturbava il loro tradizionalistico comportamento e avevano già deciso cosa fare di Lui; quindi per giustificare la loro condotta furibonda e arrabbiata, rimproverano Nicodèmo con insulti e ingiurie, rispondendogli:

«Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!» (Gv 7,52).

Di fatto questo é un vero e proprio rimprovero verso Nicodèmo, al quale rivolgono in modo specifico, addirittura, anche l’insulto: «Studia!», quasi non riconoscendolo come maestro in grado di saper insegnare agli altri.

Perciò, ponendo a confronto questi due episodi, si comprende che il “primo rimprovero”, quello di Gesù, era benevolo, misericordioso e carico di amorevole correzione, contenente l’indicazione riguardante la strada da percorrere verso la Gloria di Dio, che aiuta Nicodèmo a giungere alla verità.

Invece il “secondo rimprovero”, quello dei farisei, era malevolo, indignato, traboccante di agguerrita cattiveria e ricolmo di sprezzante risentimento ingiurioso, che rattrista Nicodèmo per non poter salvare il giusto.

Questi due rimproveri mettono a dura prova lo stato d’animo di Nicodèmo, il quale, consapevole che il dialogo con Gesù lo ha reso sereno e forte difronte a qualsiasi difficoltà, non si lascia intimorire e non risente di alcun turbamento per essere schernito e insultato dagli altri farisei, proprio su quegli argomenti per i quali è definito “maestro” e dei quali, loro, non saranno mai capaci di comprendere il significato.

Pertanto l’aver acquisito questo sguardo nuovo, questa sua nuova visione umana, fa sì che, quando Gesù muore, senza indugiare e non temendo più alcun giudizio negativo dei farisei, si mobilita anch’egli per dare degna sepoltura a quel corpo mortale e inanimato, così come nel vangelo di Giovanni è scritto:

«Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – ». (Gv 19,38-39).

Nicodèmo, dunque, andò anche lui a prendere il corpo di Gesù, portando con sé circa trenta chili di unguenti necessari per la sepoltura che, a quel tempo, era la quantità utilizzata per la sepoltura di un re, infatti Giovanni scrive:

«portò cento libbre di una mistura di mirra e di àloe». (Gv 19,39).

In fine, poiché quel giorno era la Parasceve dei Giudei e dovendo provvedere a seppellire il corpo di Gesù, Nicodèmo contribuisce anche al trasporto della salma verso il nuovo sepolcro di Giuseppe di Arimatea situato in un giardino vicino al Golgota, così come da Giovanni è scritto:

«Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura». (Gv 19,40).

Per questo Nicodèmo diventa anche lui una importante figura di umana pietà nei confronti di Gesù.

 

 

5 – Pesach, la Pasqua ebraica

L’evento della morte di Gesù in croce, accade durante la festa annuale della Pesach, la Pasqua ebraica, una delle feste più importanti e ricche di significati per il popolo ebraico; anche Giuseppe d'Arimatea e Nicodèmo, chiaramente, non vogliono mancare di partecipare a questa solenne festività.

Innanzitutto la Pesach è la rievocazione che riguarda ciò che accadde tredici secoli prima della nascita di Gesù, quando il popolo ebraico, divenuto schiavo degli Egizi dopo la morte di Giuseppe, venne liberato dalla schiavitù egiziana per volere del Signore Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe che affidò a Mosè il compito di guida, dicendogli:

«Fa' uscire dall'Egitto il mio popolo, gli Israeliti!» (Esodo 3,7-10).

Il popolo ebraico, in ricordo di questo evento, celebra ogni anno la ricorrenza proprio dell’intervento del Signore Dio che, costringendo il Faraone d’Egitto a concedere la libertà agli ebrei, dimostra benevolenza verso questo popolo col quale stabilisce un patto di reciproca fedeltà.

Per mantenere viva e perenne la memoria dell’alleanza tra Dio e gli uomini, la festa in onore del Signore Dio è l’inizio di un nuovo anno quale memoriale di protezione e di fedeltà, così come riportato nei Sacri Testi dell’Antico Testamento e, tra quelli contemplati nel Pentateuco, il libro dell’Esodo racconta ciò che il Signore disse a Mosè e ad Aronne, quando erano ancora in terra d’Egitto:

«Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno. … Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. … lo conserverete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l’assemblea della comunità d’Israele lo immolerà al tramonto.

Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case nelle quali lo mangeranno.… In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare.... È la Pasqua del Signore! In quella notte io passerò per la terra d’Egitto e colpirò ogni primogenito nella terra d’Egitto, uomo o animale; così farò giustizia di tutti gli dei dell’Egitto. Io sono il Signore!… Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne». (Cfr. Esodo 12, 1-14).

Infatti ogni anno nel mese di Nissan, il settimo mese del calendario ebraico, dopo il tramonto del venerdì 14, detto della Parascève, ovvero già dalla notte che precede lo Shabbat, cioè il sabato 15 del mese, inizia la festa della Pesach e termina all’alba della domenica mattina che è il primo giorno della settimana. (Cfr. Tradizione Ebraica).

Lo Shabbat, cioè il sabato ebraico, normalmente durante l’anno ne scandisce il ritmo susseguendosi di settimana in settimana, ed è fondamentale per gli ebrei che, in questo giorno, si osservano ed eseguono sia i precetti che riguardano le azione da compiere, secondo il Comandamento: «ricordati del giorno del sabato per santificarlo» (Esodo 20,8), sia i precetti che impongono l’astensione dalle attività lavorative e operative, in osservanza del Comandamento: «il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio. Il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato» (Esodo 20, 9-11).

Nel periodo della Pasqua ebraica lo Shabbat assume una maggiore e solenne importanza, perché contempla il “significato” del giorno da santificare in onore del Signore Dio e il “ricordo” della liberazione dalla schiavitù.

Con la festa della Pesach è chiesto agli Ebrei di ricordare gli eventi che portarono alla liberazione dalla schiavitù egiziana e, la memoria di ciò, risuona come monito affinché non si ripetano situazioni simili, nei confronti di popoli oppressi dal giogo dei tiranni, infatti nel libro dell’Esodo è descritto il dialogo con Mosè, in cui il Signore disse:

«Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa.

Ecco, il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto come gli Egiziani li opprimono. Perciò va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!

Io so che il re d’Egitto non vi permetterà di partire, se non con l’intervento di una mano forte. Stenderò dunque la mano e colpirò l’Egitto con tutti i prodigi che opererò in mezzo ad esso, dopo di che egli vi lascerà andare.». (Cfr. Esodo 3, 7-20).

A seguito di questo evento il libro dell’Esodo presenta precise indicazioni agli ebrei:

«Quando poi sarete entrati nella terra che il Signore vi darà, come ha promesso, osserverete questo rito. Quando i vostri figli vi chiederanno: “Che significato ha per voi questo rito?”, voi direte loro: “È il sacrificio della Pasqua per il Signore, il quale è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l’Egitto e salvò le nostre case”». (Esodo 12, 25-26).

La festa della Pesach, la Pasqua ebraica, è la prima delle tre grandi ricorrenze tradizionali, in ricordo della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù egiziana (Esodo 12), ed alla promulgazione della Legge divina (Esodo 20), ad opera di Mosè e per volere del Signore Dio.

Questa festa segna anche l’inizio del raccolto dei principali prodotti agricoli nota col nome Hag hamatzot, cioè la “festa delle azzime”, in ricordo del fatto che quando furono liberati dalla schiavitù gli Ebrei lasciarono l’Egitto tanto in fretta da non avere il tempo di far lievitare il pane.

La festa della Pasqua ebraica dura sette giorni, di questi il primo e l’ultimo sono giorni di festa solenne, gli altri sono di mezza festa e la prima sera viene celebrato il Seder, in ebraico “ordine”, suggestiva cena nel corso della quale vengono rievocate e discusse secondo un ordine prestabilito le fasi dell’Esodo rileggendo l’antico testo della Haggadah.

Tale modello di rievocazione, con la scansione temporale della ritualità da attuare, è descritta con indicazioni specifiche nel libro dell’Esodo:

«Per sette giorni voi mangerete azzimi.

Fin dal primo giorno farete sparire il lievito dalle vostre case, perché chiunque mangerà del lievitato dal giorno primo al giorno settimo, quella persona sarà eliminata da Israele.

Nel primo giorno avrete una riunione sacra e nel settimo giorno una riunione sacra: durante questi giorni non si farà alcun lavoro; si potrà preparare da mangiare per ogni persona: questo solo si farà presso di voi.

Osservate la festa degli Azzimi, perché proprio in questo giorno io ho fatto uscire le vostre schiere dalla terra d’Egitto; osserverete tale giorno di generazione in generazione come rito perenne.

Nel primo mese, dal giorno quattordici del mese, alla sera, voi mangerete azzimi fino al giorno ventuno del mese, alla sera.

Per sette giorni non si trovi lievito nelle vostre case, perché chiunque mangerà del lievitato, quella persona, sia forestiera sia nativa della terra, sarà eliminata dalla comunità d’Israele.

Non mangerete nulla di lievitato; in tutte le vostre abitazioni mangerete azzimi”». (Esodo 12, 15-20).

Perciò non è consentito cibarsi di qualsiasi alimento lievitato per tutta la durata della ricorrenza, si consumano vino, azzime ed erba amara in ricordo dei dolori e delle gioie degli Ebrei liberati dalla schiavitù.

Quindi facendo uso di matzà, il pane azzimo, ovvero un pane non lievitato e scondito che è anche simbolo della durezza della schiavitù, si indica il contrasto sia tra l’opulenza dell’antico Egitto, cioè l’oppressore, sia le miserie di chi si accinge a ritrovare pienamente la propria identità, cioè lo schiavo.

Il culmine della festa solenne è il giorno del “sabato consacrato”, cioè lo “Shabbat”, dal termine Shevat che vuol dire cessare e, normalmente, durante il corso dell’anno indica il giorno in cui non vengono effettuate operazioni inerenti a qualsiasi attività, ovvero: tutti hanno diritto di riposare, nessuno deve lavorare, tutti smettono di fare azioni lavorative o cessano di lavorare, tutti desistono dal compiere qualsiasi atto del fare e tutti sospendono o terminano ogni e qualsiasi azione che implica un’attività.

A maggior ragione in occasione della solenne festa della Pasqua ebraica, queste regole in questo particolare giorno assumono una importanza notevole.

Inoltre, poiché durante lo Shabbat sono consumati tre pasti: iniziando con quello alla sera del venerdì, proseguendo con quello del sabato a pranzo e concludendo con quello del pomeriggio entro la fine del giorno e, dovendo osservare il riposo assoluto senza svolgere alcun tipo di attività dalla notte precedente il sabato, durante tutto il giorno e fino alla domenica mattina, gli ebrei devono necessariamente preparare i cibi, le pietanze e le altre cose necessarie fin dalla vigilia e, quindi, per loro il venerdì pomeriggio antecedente, detto di Parascève, è il giorno di preparazione in cui vengono organizzati i pasti e sacrificati gli agnelli per tutto il popolo.

Per ogni ebreo, dunque, questa particolare ricorrenza annuale della Pesach è importante, purché venga festeggiata con purezza di spirito e di corpo, senza alcuna contaminazione, nel rispetto delle usanze indicate dalla tradizione.

 

 

6 – La Pesach e l’impurità

Molto importante è la modalità con cui deve essere celebrata questa speciale festa in onore del Signore Dio che, essendo il memoriale dell’alleanza tra la protezione Divina e la fedeltà degli uomini a Dio stesso, necessita di essere adempiuta con purezza di spirito e leale obbedienza ai Suoi comandamenti e, di questo, Giuseppe d'Arimatea e Nicodèmo sono consapevoli, tanto che frettolosamente eseguono le operazioni di rimozione dalla croce e seppellimento del corpo di Gesù, proprio per partecipare alla solenne festività della Pesach in purezza di spirito e soprattutto di corpo.

Tutta questa importanza relativa al concetto di “impurità”, ha origine all’epoca dei fatti dell’esodo dall’Egitto, in quanto il popolo ebraico incarnava la personalizzazione dell’uomo ottuso che non aveva ben compreso il “volere Divino” e, per questa ottusaggine, vennero stabilite una serie di regole morali e fisiche da osservare.

Chiaramente, proprio per la rigidezza mentale diffusa e per le scarse conoscenze culturali e scientifiche di allora, queste regole morali incidevano molto sulla condizione dell’aspetto fisico, ovvero dell’apparire esteriore e, viceversa, l’impurità fisica determinava anche la condizione di impurità spirituale.

Perciò l’apparente impurità dell’esteriorità fisica, era la condizione che definiva l’impurità totale, sia fisica e sia spirituale, di un uomo o di una donna che, dopo attente verifiche dell’aspetto fisico, venivano dichiarati impuri e posti in isolamento ai margini della comunità o in luoghi lontani e distaccati dai centri abitati.

La condizione di impurità poteva anche essere ritenuta contagiosa, per cui si attivavano meccanismi indagatori e precauzionali tali da accertare il livello di gravità, della stessa impurità, con la relativa dichiarazione di contaminazione.

Gli incaricati di effettuare le apposite e opportune verifiche erano i sacerdoti, i quali avevano l’autorità di definire: il tipo di impurità, il livello di contaminazione, ed emettere la dichiarazione di “condizione impura”, la quale definisce lo stato di alterazione della purezza determinando la condizione di ciò che non è puro, non pulito e non limpido, sia moralmente, sia spiritualmente e sia fisicamente.

Anche al tempo di Gesù era vigente questo tipo di autorità e, nel suo vangelo, Luca racconta il seguente episodio:

«Mentre Gesù si trovava in una città, ecco, un uomo coperto di lebbra lo vide e gli si gettò dinanzi, pregandolo: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». Gesù tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii purificato!». E immediatamente la lebbra scomparve da lui. Gli ordinò di non dirlo a nessuno: «Va’ invece a mostrarti al sacerdote e fa’ l’offerta per la tua purificazione, come Mosè ha prescritto, a testimonianza per loro». (Lc 5,12-14).

Dunque, poiché il sacerdote era l’unica autorità che poteva emanare la dichiarazione di purificazione, era anche automatica la commistione tra condizione spirituale e condizione fisica, cioè in questa dichiarazione si fondevano sia la concezione religiosa e sia quella corporale della natura umana.

L’impurità secondo la concezione religiosa indica lo stato morale e spirituale in cui un individuo può venire a trovarsi: per una trasgressione o peccato, di un atto sessuale illecito, del mangiare cibi proibiti o per un peccato commesso che rende impuro lo spirito.

L’impurità secondo la concezione corporale della natura umana indica lo stato fisico in cui un individuo può venire a trovarsi: per la propria condizione fisica; una puerpera è impura a seguito della nascita di un bambino; una donna è impura per effetto delle mestruazioni; una persona è impura per il contatto con il cadavere, di un congiunto o di un estraneo, oppure con gli oggetti appartenuti o di proprietà del morto; si è impuri a causa di malattie come la lebbra, la tigna, le infezioni del corpo, della testa, della gonorrea trasmessa attraverso vari rapporti sessuali.

Accertata la “condizione impura” e con la successiva dichiarazione di impurità, che compromette la normale vita sociale, il sacerdote indica anche quali sono i riti di purificazione da compiere, variabili rispetto ai singoli casi, per eliminare la condizione di impurità.

La purificazione secondo la concezione religiosa dello spirito avviene con varie forme: di sacrifici, di digiuni, di confessione dei peccati, di formule liberatorie, di atti rituali specifici con abluzioni delle mani, di battesimo per immersione in acqua di tutto il corpo o parte di esso, a scopo purificatorio.

La purificazione secondo la concezione corporale della natura umana avviene con forme: di pulizia, di purgazione, di abluzioni con lavatura del corpo o di altri oggetti, di fumigazioni, di bagni di sudore, di cambiamento di vesti.

Nella tradizione ebraica i Testi Sacri dell’Antico Testamento descrivono: le procedure con cui definire le impurità; il loro livello di contaminazione; la dichiarazione di condizione impura, per evitare di contaminare altre persone; gli olocausti occorrenti per i sacrifici di espiazione delle colpe o ringraziamenti per le guarigioni da malattie; i riti di purificazione da compiere per essere riaccolti nella società o per espiare la colpa che è causa dell'impurità; le modalità con cui il sacerdote compie il rito espiatorio al fine di ottenere il perdono per il peccato commesso o la purezza del corpo.

Nei Testi Sacri sono elencate le descrizioni di tanti tipi di impurità o colpe, a cui seguono i relativi riti dei sacrifici espiatori e le modalità con cui i sacerdoti, vestiti in modo specificamente appropriato, effettuano la purificazione: 

·     le impurità morali e spirituali per i peccati causati da trasgressioni di cose proibite vietate della legge divina, necessitavano di specifici riti purificatori che prevedono di presentare a Dio, tramite il sacerdote, alcuni tipi di olocausti in sacrificio per il perdono dei peccati.

·     le impurità corporali per aver toccato inavvertitamente il cadavere di un animale domestico o selvatico, per aver toccato inavvertitamente un’impurità fisica, propria della persona umana, oppure la presenza sul proprio corpo di pustole o macchie bianche di lebbra, necessitavano di specifici riti di purificazione che prevedono la presentazione a Dio di un particolare tipo di olocausto in sacrificio espiatorio, da consegnare al sacerdote il quale, compiendo il rito, permetterà di riparare la colpa o per l’azione commessa o a seguito di guarigione, in modo da ripristinare la purezza del corpo.

Di conseguenza tutti gli Israeliti sono chiamati al rispetto di tutte le norme indicate nei Testi Sacri secondo le indicazione di Mosè che, dopo aver parlato col Signore Dio nel deserto del Sinai nel primo mese del secondo anno dalla loro uscita dalla terra d’Egitto, disse:

«Gli Israeliti celebreranno la Pasqua nel tempo stabilito, il giorno quattordici del primo mese tra le due sere; la celebrerete secondo tutte le leggi e secondo tutte le prescrizioni» (cfr. Numeri 9,3).

Nel caso di chi tocca il cadavere di una persona, così come accade a Giuseppe d'Arimatea e Nicodèmo che portano a seppellire il corpo di  Gesù e quindi ne toccano le spoglie mortali, le leggi e le prescrizioni, stabiliscono che:

«Chi avrà toccato il cadavere di qualsiasi persona, sarà impuro per sette giorni. Quando uno si sarà purificato con l’acqua di purificazione il terzo e il settimo giorno, sarà puro. Chiunque avrà toccato il cadavere di una persona che è morta e non si sarà purificato, avrà contaminato la Dimora del Signore e sarà eliminato da Israele. Siccome l’acqua di purificazione non è stata spruzzata su di lui, egli è impuro; ha ancora addosso l’impurità.». (Numeri 19,11-13).

Però, nel frangente in cui venne emanata questa norma, capitò che alcuni uomini, nel seppellire una persona defunta nel giorno della Pasqua, avevano toccato il suo cadavere e, di conseguenza, erano diventati impuri quel giorno, perciò non potevano celebrare la Pasqua.

Allora, quegli uomini, intimoriti e rispettosi di quanto prescritto e desiderosi di celebrare anche loro la Pasqua ebraica e senza voler compromettere la loro vita sociale, si presentarono in quello stesso giorno davanti a Mosè e davanti ad Aronne e dissero:

«Noi siamo impuri per il cadavere di un uomo: perché ci dev’essere impedito di presentare l’offerta del Signore, al tempo stabilito, in mezzo agli Israeliti?» (Numeri 9,7).

Mosè, di fronte a quanto era accaduto e alla loro sincera richiesta, si rese conto della particolarità del momento e rispose loro:

«Aspettate e sentirò quello che il Signore ordinerà a vostro riguardo».

Dopo che il Signore ebbe ascoltato il racconto di quanto successo e la richiesta, parlò a Mosè e disse:

«Parla agli Israeliti dicendo loro: “Chiunque di voi o dei vostri discendenti sia impuro per il contatto con un cadavere, potrà celebrare la Pasqua in onore del Signore.» (cfr. Numeri 9,6-10).

Di conseguenza la conoscenza dottrinale di questa particolare eccezione, concessa dal Signore Dio in occasione della celebrazione della Pasqua ebraica, permetteva a Giuseppe e Nicodemo di potersi occupare delle spoglie mortali di Gesù senza il timore di contaminarsi diventando impuri in occasione dei festeggiamenti della Pesach, anche se dovevano procedere quanto più in fretta possibile per poter rientrare anche loro nei tempi stabiliti per l’inizio della celebrazione pasquale.

 

 

7 – La Pesach di Gesù

Secondo la tradizione tutti gli ebrei sono tenuti ad osservare questa festa ed anche Gesù con i suoi discepoli si preparano a festeggiare la Pesach, così come descritto nei tre vangeli sinottici.

Infatti Matteo racconta che il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero:

«Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». (Mt 26,17).

Anche Marco riporta che il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù:

«Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli che andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. (Mc 14,12-13.16).

Altrettanto descrive Luca quando, arrivato il giorno degli Azzimi nel quale si doveva immolare la Pasqua, Gesù dette le indicazioni per preparare la Pasqua e incaricò Pietro e Giovanni dicendo loro:

«Andate a preparare per noi, perché possiamo mangiare la Pasqua». Gli chiesero: «Dove vuoi che prepariamo?». Ed egli rispose loro: «Direte al padrone di casa: “Il Maestro ti dice: Dov’è la stanza in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una sala, grande e arredata; lì preparate». Essi andarono e trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua». (Lc 22, 7-9. 12-13).

Nell’ambito dei momenti rituali della annuale ricorrenza della festa della Pesach, tutti gli ebrei, compreso Gesù e i suoi discepoli, si prepararono alla festa senza impurità e contaminazione, anche se, in quell’anno specifico, la “Pasqua” si manifestò con una differenza sostanziale che riguardò proprio Gesù, ovvero in quella particolare festa della Pasqua ebraica egli divenne “l’agnello sacrificato per tutto il popolo”.

Dunque i giudei si preparano a festeggiare la Pesach a cui giungere senza impurità e contaminazione, tanto che, dopo essere riusciti a catturare Gesù, facendolo arrestare, l’evangelista Giovanni racconta:

«all’alba del venerdì della Parasceve i Giudei non vollero entrare nel pretorio, durante il processo a Gesù di fronte a Pilato, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua ebraica senza impurità». (cf. Gv 18, 28).

Perciò anche Giuseppe di Arimatea e Nicodemo, si erano preparati a festeggiare la Pesach a cui intendevano, certamente, giungere senza impurità e contaminazione; purtroppo, però, gli avvenimenti di quel venerdì di Parascève divennero talmente travolgenti che, quando Gesù è ormai morto sulla croce, sia Giuseppe che Nicodemo pietosamente si accingono a seppellirlo, ma dovendo anche festeggiare la Pesach, si mobilitarono subito per dare sepoltura al corpo di Gesù, ed evitare che rimanesse appeso alla croce durante il giorno di Pasqua.

Ed è proprio in questo momento che la pietà misericordiosa di Giuseppe e Nicodèmo invade la scena del dramma appena consumato, sia per deporre e seppellire il corpo di Gesù e sia per vivere la Pesach senza impurità e contaminazioni, così come prescrivono le leggi e le norme contenute nel Pentateuco dei Sacri Testi dell’Antico Testamento, infatti il Deuteronomio indica che:

«Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu l’avrai messo a morte e appeso a un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l’appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore, tuo Dio, ti dà in eredità.» (Dt 21, 22-23).

Nei vangeli canonici è evidenziato con chiarezza sia il venerdì di Parascève  sia il momento della giornata in cui accade questa situazione, infatti Marco riporta:

«venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato». (Mc.15,42);

Anche nel vangelo di Luca è descritto che:

«era il giorno della Parascève e già splendevano le luci del sabato». (Lc.22, 53-54);

Ancora, in modo particolare, nel vangelo di Giovanni è raccontato che:

«era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – e quel sabato era un giorno solenne –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via». (Gv 19,31-33);

Inoltre, sempre nel vangelo di Giovanni, il racconto prosegue:

«era il giorno della Parascève dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù». (Gv. 19, 40-42).

Ciò significa che per gli ebrei ormai la festa è prossima e tutti vogliono rimanere puri e incontaminati, oppure, se contaminati da qualche impurità, vogliono purificarsi prima possibile e in tempo per la Pesach, ed è per questo che devono sbrigarsi frettolosamente a compiere ogni azione, a svolgere i vari tipi di attività, a preparare i cibi, le pietanze e ogni altra cosa necessaria alla festa, affinché tutto sia completato e pronto entro la sera del venerdì di Parascève, prima che inizi lo Shabbat.

Invece quello specifico, particolare, unico e irripetibile venerdì di Parascève, non per tutti è il giorno che precede la festa, infatti ciò che drammaticamente accadde è raccontato nei canonici vangeli sinottici, Matteo scrive che:

«a mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce ed emise lo spirito». (Mt 27, 45-50);

Anche Marco riporta che:

«quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù dando un forte grido, spirò». (Mc 15, 33-37);

Lo stesso momento è descritto pure da Luca:

«era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Gesù, gridando a gran voce, spirò». (Lu 23, 44-45)

È  il momento più toccante, è l’attimo in cui sembra che il tempo si è fermato, tutti i presenti reagivano ognuno in modo differente: i nemici di Gesù attendevano con scherno qualcosa di particolarmente eclatante come prova che dimostrasse che fosse il figlio di Dio, nel mentre già assaporavano soddisfatti di aver avuto ragione; i Suoi amici increduli per l’accaduto piangevano la sua scomparsa; invece i misericordiosi colmi di umana pietà si preoccupavano di deporre quelle spoglie mortali dalla croce per darne degna sepoltura e, soprattutto, rimuovere quel corpo dalla vista di tutti gli ebrei spettatori di uno speciale “spettacolo” che, comunque, aveva animato le celebrazioni di quella festività pasquale.

Giuseppe e Nicodemo, nel momento in cui si occupano del corpo mortale di Gesù, agiscono istintivamente per “umana pietà” senza riflettere o badare ad alcun timore; infatti se da una parte per il loro coraggioso istinto non temono di contaminarsi diventando impuri per i festeggiamenti della Pesach, anche in virtù della conoscenza della particolare eccezione concessa dal Signore Dio in occasione della celebrazione della Pasqua ebraica, dall’altra parte, invece, per la loro misericordiosa umana pietà si preoccupano che il cadavere di Gesù, messo a morte e appeso alla croce, non fosse considerato una “maledizione di Dio e “causa di contaminazione”, per cui non doveva rimanere tutta la notte sulla croce e bisognava seppellirlo quello stesso giorno. (cfr. Dt 21, 22-23).

L’azione di Giuseppe e Nicodemo aveva proprio lo scopo di evitare che il corpo mortale di quell’uomo speciale rimanesse lì sulla croce; infatti loro non desideravano e non potevano permettere che, nel momento del tragico compimento della Sua vita, Gesù il Cristo di Dio venisse considerato proprio come sta scritto nella legge di Dio stesso:

«Diventerai oggetto di orrore per tutti i regni della terra. Il tuo cadavere diventerà pasto di tutti gli uccelli del cielo e degli animali della terra e nessuno li scaccerà.» (Dt 28, 25-26).

Questi motivi e circostanze inducono convintamente Giuseppe e Nicodemo a recarsi da Pilato per chiedere il corpo di Gesù, deporlo dalla croce, provvedere alla sepoltura in modo da evitare lo scempio delle spoglie mortali.

Infatti gli ebrei usavano, da tradizione, che se i condannati a questo supplizio non erano ancora morti entro la sera del venerdì di Parascève, prima dell’inizio dello Shabbat, si dovevano spezzare loro le gambe per accelerarne la morte e portarli via da quel luogo, seppellendoli nelle fosse comuni.

A questo proposito Giovanni racconta:

«Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua». (Gv 19, 31-34)

Perciò, subito dopo la morte di Gesù, l’intervento tempestivo di Giuseppe e Nicodèmo, tiene conto anche di questo aspetto della loro tradizione a cui si aggiunge, per ultima, la preparazione alla sepoltura del corpo del defunto secondo le usanze, così come Giovanni racconta:

«Giuseppe di Arimatea, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura.» (Gv 19, 31-42).

Anche Marco racconta che:

«Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, con coraggio Giuseppe andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe.» (Mc.15,42-45).

Pure Luca racconta che:

«Giuseppe lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto.» (Lc.22, 53).

Infine, Matteo descrive il modo in cui l’evento accaduto si conclude:

«Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò.» (Mt. 27, 57-60).

La morte di Gesù, quindi, ha scatenato un susseguirsi frenetico di tanti e vari momenti convulsivi, a volte anche confusi che, nonostante l’imponente Figura del protagonista di questo drammatico evento, sembrano rappresentare le stesse e comuni situazioni quotidiane presenti alla morte di ogni essere umano fino a quando, compiuto il pietoso rito della sepoltura e, terminata la deposizione delle spoglie mortali nel sepolcro, “chiusa la porta”, tutti vanno via.

 

 

8 – L’umana pietà di Giuseppe e Nicodemo

La crocefissione di Gesù è avvenuta nella tarda mattina del venerdì di Parascève, il giorno che precede lo Shabbat, il sabato solenne della Pasqua Ebraica.

L’agonia, iniziata già da mezzogiorno quando Pilato lo aveva consegnato ai giudei, ormai stava volgendo al termine e circa alle tre di quel pomeriggio Egli spirò come descritto nei vangeli.

Infatti, racconta Matteo:

«A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Poi Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito». (Mt 27, 45-50)

Anche Marco scrive:

«Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Poi Gesù, dando un forte grido, spirò». (Mc 15, 33-37)

Lo stesso momento è descritto da Luca:

«Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò». (Lc 23, 44-46)

L’evento è testimoniato dalla presenza personale di Giovanni:

«Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

       Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E chinato il capo, consegnò lo spirito». (Gv 19, 14-16. 28-30).

Per i giudei questo caso, della crocefissione di Gesù e degli altri due condannati allo stesso supplizio, era da trattare secondo le regole della tradizione, cioè rimuovere i corpi dei condannati prima possibile da quel luogo ed evitando, così, che rimanessero sulle croci durante il giorno dello Shabbat, il sabato solenne per la Pasqua Ebraica.

Infatti, la richiesta a Pilato di far spezzare le gambe ai crocefissi, accelerandone la morte in modo da deporli dalle croci e portarli via, aveva proprio lo scopo di evitare che la popolazione di quei luoghi fosse contaminata prima della Pesach.

Però non avevano previsto la repentina morte di Gesù, tanto che quando arrivarono i soldati per spezzare le gambe ai crocefissi e portarli via, si accorsero che era già morto, come scrive Giovanni:

«Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua». (Gv 19, 32-34).

Dopo i primi attimi di sconcerto, di stupore e di incredulità per la morte di Gesù, alcuni dei presenti, presi dalla commozione, coinvolti profondamente e toccati nel loro cuore, cominciano a preoccuparsi per le sorti del Suo corpo e nelle loro menti si materializzano tanti pensieri, domande e ragionamenti.

È possibile che il Figlio di Dio sia finito così?

Adesso che succede?

Il Suo corpo verrà seppellito nella fossa comune!

Cosa si può fare per evitare che ciò accada?

Bisogna fare qualcosa per Lui!

La Pasqua è vicina e quel corpo non può rimanere lì, è il Figlio di Dio!

Chi si prenderà cura di quelle spoglie mortali?

Non c’è tempo da perdere!

La Pesach sta per iniziare dopo il tramonto di quel venerdì della Parascève, non si può abbandonare il corpo di quell’uomo speciale, come se fosse il cadavere di un delinquente qualsiasi condannato a morte, perciò bisogna fare qualcosa, ma chi si deve occupare delle spoglie mortali di quel Santo di Dio, ed è anche necessario sbrigarsi a deporlo dalla croce.

Non è giusto abbandonare quel corpo lì dove stà, adagiato su quella croce che lo ha abbracciato e lo ha accolto, contrariamente agli uomini che hanno respinto e ripudiato Gesù, il Figlio di Dio, non lo hanno voluto riconoscere come il Cristo di Dio, anzi, per gelosia e paura che potesse mettere in crisi lo stato e i privilegi delle loro gerarchie politico-religiose, lo hanno voluto uccidere proprio come aveva indicato Caifa, il sommo sacerdote che aveva detto:

«Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». (Gv 11, 47-53).

Ed ecco che, nella mente dei presenti, la pietà verso quelle spoglie mortali cresce, diventa una bramosia collettiva, gli sguardi veloci si incrociano, sono carichi degli stessi sentimenti, la commozione è talmente forte che dalla bocca di ognuno non può uscire nessun suono, le lacrime scendono sulle guance ma non c’è la forza per asciugarle, gli occhi brillano e non sono capaci di distinguere le figure e le persone vicine.

Allora qualcuno si muove, ha compreso che è necessario proteggere quel corpo e dargli una sepoltura dignitosa e attira l’attenzione degli altri presenti, i volti si girano verso di lui, tutti pensano che stia andando via, invece no, vuole andare a farsi autorizzare a prendere il corpo di Gesù.

È Giuseppe che, dopo un attimo di esitazione si muove, si volta indietro come a chiamare a se gli altri, per capire se quello che deve fare, lo deve fare da solo o c’è qualcun altro che sta pensando ciò che pensa lui.

Infatti Nicodemo che, incrociando lo sguardo di Giuseppe, capisce la sua intenzione e di istinto lesto, si muove pure lui con un passo e una cadenza svelta, ma lenta, lo segue con affanno e insieme corrono verso il palazzo del governatore, non c’è tempo da perdere, la sera si avvicina e si dividono i compiti: Giuseppe, corre dal governatore, Nicodemo va ad organizzare la sepoltura

Bisogna fare di tutto per dare una degna sepoltura al corpo di Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio, prima che faccia buio e inizi la festa di Pasqua.

Il loro pietoso gesto è protettivo del corpo di Gesù non solo dallo sciacallaggio degli animali, ma anche e soprattutto per proteggerlo dagli schernitori, togliendolo subito dalla loro vista:

«Il tuo cadavere diventerà pasto di tutti gli uccelli del cielo e degli animali della terra e nessuno li scaccerà.» (Dt 28, 26).

Giuseppe e Nicodemo, quindi, volendo proteggere il corpo di quell’uomo Santo dalla mercé di commenti sconsiderati e sarcastici sia dei farisei e sia dei passanti, non potevano permettere che rimanesse lasciato lì appeso abbandonato al pubblico ludibrio e poi venisse sepolto nelle fosse comuni.

Tutto questo era da evitare e, profondamente turbati dalla modalità con cui gli eventi erano accaduti, scatta in loro il senso di umana pietà, per cui, la commozione si trasforma in coraggiosa azione che li porta a non avere più paura né delle regole religiose, né degli altri ebrei e né degli altri componenti del Sinedrio, i quali senz’altro avrebbero voluto che il corpo martoriato di Gesù rimanesse appeso ed esposto alla vista del popolo, come trofeo della loro vittoria e perciò dato in pasto agli avvoltoi sia animali che uomini, per poi straziarlo e buttarlo nella fossa comune per dimenticarne l’esistenza.

Perciò Giuseppe e Nicodemo, pur consapevoli che quella azione intrapresa li metterà in contrapposizione agli altri ebrei e ai membri del Sinedrio scatenando un rabbioso sentimento di odio nei loro confronti, sono incuranti di tutto questo e, non intendendo lasciare il corpo di Gesù nelle mani dei suoi carnefici, provvedono subito ad organizzare la sepoltura dignitosa entro quella sera stessa.

Descrive Marco:

«Giuseppe d’Arimatea, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe». (Mc 15, 43-45).

Riferisce Matteo:

«Giuseppe si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato». (Mt 27, 58).

Riporta Luca:

«Giuseppe si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù». (Lc 22, 52).

Racconta Giovanni:

«Giuseppe di Arimatea, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Vi andò anche Nicodèmo». (Gv 19, 38-39).

Appena ottenuta l’autorizzazione da Pilato a prelevare il corpo di Gesù, Giuseppe e Nicodemo provvedono subito ad organizzare la sepoltura con le modalità consuete della tradizione ebraica del tempo.

Dice Matteo:

«Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito». (Mt 27,59)

Narra Marco:

«Giuseppe allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo». (Mc 15, 46)

Espone Luca:

«Giuseppe lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo». (Lc 22, 53)

Spiega Giovanni:

«Giuseppe andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo e portò cento libbre di una mistura di mirra e di àloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura». (Gv 19, 38-40)

Nicodemo, così facendo, intendeva rendere onore a Gesù, il Figlio di Dio, così come si fa con un personaggio importante, come un Re e, ormai, Gesù era diventato, di fatto, il Re dei Giudei, così come aveva proclamato Pilato:

«Ecco il vostro re!». (Gv 19,14b)

E Giovanni scrive che:

«Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». (Gv 19,19)

Questo venne scritto nonostante la contrarietà dei capi dei sacerdoti, i quali avevano chiesto di non riportare quella dicitura, ma Pilato rispose:

«Quel che ho scritto, ho scritto». (Gv 19,22)

Anche Matteo dice che:

«Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei». (Mt 26, 37)

Lo stesso è riportato da Luca:

«Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». (Lc 23, 38)

Quindi Nicodemo, portando con se cento libbre di una mistura di mirra e di àloe, volle esprimere, con quel gesto significativo, il rispettoso onore dovuto al Re e, infatti, a quel tempo cento libbre, corrispondenti a circa trenta chili, era la quantità di aromi utilizzata proprio per la sepoltura di un Re.

Giuseppe anche lui, senza indugiare, intende dare un valore speciale al corpo di Gesù e decide di seppellirlo nel nuovo sepolcro che aveva preparato per se, scavato nella roccia e situato in un giardino vicino a quel luogo, lo mette a disposizione per accogliere le spoglie mortali del Cristo di Dio, proteggendolo ed evitando così che venisse gettato in una fossa comune:

Racconta Matteo:

«lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia» (Mt 27, 60).

Riporta Marco:

«lo mise in un sepolcro scavato nella roccia». (Mc 15, 46).

Riferisce Luca:

«Lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto». (Lc 22, 53).

Descrive Giovanni:

«nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto.» (Gv 19, 41).

Ormai è sera inoltrata quando, il corpo di Gesù lavato e ripulito dignitosamente è stato riposto nel sepolcro e tutte le rituali operazioni della sepoltura sono terminate, Giuseppe e Nicodemo anche se provati dall’estenuante, faticosa e impegnativa giornata, ormai ritengono di aver compiuto tutto il necessario per la sepoltura dignitosa del corpo di quell’uomo speciale.

Quell’uomo che credevano essere il Messia, il Cristo di Dio;

quell’uomo in cui hanno creduto fin dal primo momento che lo hanno incontrato;

quell’uomo che ha fatto tanto bene alla gente semplice;

quell’uomo che ha operato tante guarigioni miracolose;

quell’uomo che ha fatto resuscitare i morti;

quell’uomo, ... già proprio quell’uomo, non c’è più … è morto;

adesso, protetto e sottratto ai malintenzionati, il corpo di quell’uomo può riposare in pace.

In fine anche Nicodemo e Giuseppe, dopo aver compiuto tutto quello che era necessario compiere, chiusa l’entrata del sepolcro, vanno via.

Dice Marco:

«Fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro». (Mc 15, 46)

Racconta Matteo:

«Rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò». (Mt 27, 60)

 

 

9 – L’umana pietà dei presenti

Questo loro istintivo atteggiamento coraggioso, certamente è stato notato e avvertito anche dai presenti all’evento, alcuni dei quali, impietositi e commossi per quanto accaduto, si sono resi disponibili a collaborare alle operazioni di recupero del corpo crocifisso e alla sua sepoltura.

In quel luogo e nel  momento in cui è accaduto l’evento della crocifissione e morte di Gesù, sono presenti anche altre persone indicate da Giovanni:

«Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». (Gv 19, 25-26)

Anche Matteo indica le persone presenti:

«Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo». (Mt 26, 55-56).

Le persone indicate da Marco sono:

«Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme». (Mc 15, 40-41)

«Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto». (Mc 15,47)

Invece Luca non indica i nomi, ma descrive le persone in modo generico:

«Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo». (Lc 23, 49)

Da questi racconti si evince che mentre sulla croce si consumava il dramma mortale di quell’uomo speciale, il Messia, il Cristo di Dio, erano tante le persone presenti che assistevano a questo particolare evento e oltre a Maria sua madre, a Giovanni, il discepolo che egli amava, erano presenti i parenti tra cui i fratelli e le sorelle dello stesso Gesù.

Proprio i fratelli indicati da Marco:

«Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses (Giuseppe), di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». (Mc 6,3)

Gli stessi indicati da Matteo:

«Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? ». (Mt 13,55-56)

L’entrata in scena di Giuseppe e Nicodemo con il loro sentimento di umana pietà, scuote tutti gli astanti che, pervasi anch’essi dallo stesso sentimento, si rendono disponibili a collaborare a tutte le operazioni necessarie a dare degna sepoltura alle spoglie mortali di quell’uomo speciale.

Dunque si può dedurre che il frenetico movimento posto in atto da Giuseppe e Nicodemo, per effettuare le operazioni di staccare il corpo morto per poi calarlo giù dalla croce, abbia scosso anche i presenti e in particolare i parenti stretti di Gesù, il cui aiuto si è rivelato necessario.

Quindi considerando il peso di quel corpo, con le membra appesantite dall’abbandono fisico della carne, era necessario che, mentre qualcuno lo staccava dalla croce, qualcun altro lo reggesse per poi, insieme, calarlo verso il basso dove, almeno altri due, lo accogliessero depositandolo in terra. 

In fine per trasportare, su un percorso alquanto accidentato, quel corpo a peso morto fino al luogo della sepoltura, anche se questo era vicino, due sole persone non più tanto giovani e vigorosi, avrebbero fatto molta fatica, oltre ad effettuare ripetute e numerose soste.

Perciò Giuseppe e Nicodemo, pur essendo entrambi effettivamente gli ideatori e promotori principali, nell’organizzare, dirigere e collaborare personalmente alle operazioni di distacco dalla croce, alla discesa in basso, al trasporto fino al sepolcro e al trattamento del corpo per la sepoltura, comunque non fecero tutto da soli, ma siano stati aiutati da altre persone che potevano essere i fratelli di Gesù o altri suoi familiari stretti, oppure persone al servizio di Giuseppe e Nicodemo, considerando il loro stato sociale, oppure alcuni dei presenti all’evento coinvolti in modo fortuito e istintivo.

Di conseguenza costoro sono da considerare meritevolmente “figure di umana pietà”.

 

 

10 – Conclusioni

Dagli avvenimenti, così come accaduti, si comprende che in Giuseppe e Nicodemo è fortemente presente e visibile la coraggiosa disponibilità a modificare e cambiare se stessi, tanto da stravolgere il loro modo di pensare, di interpretare e applicare le leggi e le prescrizioni del Signore Dio che, emanate allo scopo di forgiare e rendere saggio il cuore degli esseri umani, ha particolarmente plasmato il loro cuore suscitando l’umana pietà proprio verso quell’Uomo Gesù, il Cristo, il figlio di Dio, di cui hanno compreso l’inestimabile valore.

Quel cambiamento coraggioso è stato tale da trasformare non solo se stessi, ma anche altri con loro da semplici uomini in persone esemplari che hanno assunto una forte rilevanza sulla scena di questi avvenimenti e, quel gesto inconsapevolmente istintivo di umana pietà, segnerà e fisserà per sempre, nella storia della vita di Gesù, la presenza di Giuseppe e Nicodemo come personaggi collaterali e fattivi collaboratori di Dio, quali ultimi custodi, nel momento dell’inesorabile distacco dalla carnale esistenza temporale, della straordinaria figura di esistenza umana del Cristo di Dio e diventando, quindi, gli accompagnatori finali verso la trasmutazione nell’eterna dimensione universale della Divina Figura.

Proprio questa modalità di agire, sollecitata soprattutto da quei concetti umanistici che caratterizzano la “civiltà occidentale”, dimostra quanto l’essere umano sia capace di compassione ed intervenire senza indugio nei momenti particolarmente significativi, difficoltosi e drammatici della carnale esistenza temporale, collaborando con sinceri sentimenti di “umana pietà”.

 

 

INDICE degli ARGOMENTI

1 – Introduzione
2 – Figure di umana pietà
3 – Giuseppe di Arimatea
4 – Nicodèmo
5 – Pesach, la Pasqua ebraica
6 – La Pesach e l’impurità
7 – La Pesach di Gesù
8 – L’umana pietà di Giuseppe e Nicodemo
9 – L’umana pietà dei presenti
10 – Conclusioni
 
Biografia
Istituzione della PASQUA
Antico Testamento – Pentateuco – ESODO – Es 3, 9-12. 15
Antico Testamento – Pentateuco – ESODO – Es 11, 4-7
Antico Testamento – Pentateuco – ESODO – Es 12, 1-8. 11-14
Antico Testamento – Pentateuco – ESODO – Es 20, 1-17
Antico Testamento – Pentateuco – DEUTERONOMIO – Dt 21, 7-8. 22-23
Antico Testamento – Pentateuco – DEUTERONOMIO – Dt 28, 26
 
Impurità e contaminazione
Antico Testamento – Pentateuco – Libro del LEVITICO
LEVITICO - 4 – Impurità spirituale.
LEVITICO - 5 – Impurità corporale.
LEVITICO - 6 – Oblazione di riparazione.
LEVITICO - 7 – Sacrificio di riparazione.
LEVITICO - 8 – Sacerdote.
LEVITICO - 10 – Sacrificio illegittimo con rito illegittimo dei sacerdoti.
LEVITICO - 11 – Impurità per contaminazione di cadavere di animale.
LEVITICO - 12 – Impurità della natura umana.
LEVITICO - 13 – Impurità per malattia. Infezione corporale: lebbra, tumore o tigna.
LEVITICO - 14 – Modo di individuare le infezioni e riti di purificazione.
LEVITICO - 15 – Impurità per gonorrea da rapporto sessuale; per mestruazioni. Riti purificazione.
 
Antico Testamento – Pentateuco – Libro dei NUMERI
NUMERI - 5 – Impurità per un defunto.
NUMERI - 9 – Celebrazione della Pasqua di uomini impuri per la contaminazione di cadavere.
NUMERI - 19 – Impurità per la contaminazione di cadavere.
 
Antico Testamento – Pentateuco – Libro del DEUTERONOMIO
DEUTERONOMIO - 21 – Il cadavere di un morto appeso seppellito lo stesso giorno.
DEUTERONOMIO - 28 – Obbedire alla voce del Signore per non diventare pasto per avvoltoi.
 
Gesù e le impurità
Nuovo Testamento – Vangeli Canonici – Vangelo di MATTEO
MATTEO - 15 – Le impurità del cuore
 
Nuovo Testamento – Vangeli Canonici – Vangelo di MARCO
MARCO - 1 – Gesù purifica
MARCO - 10 – La legge di Mosè
MARCO - 7 – Le impurità che escono dall’uomo
 
Nuovo Testamento – Vangeli Canonici – Vangelo di LUCA
LUCA - 5 – Gesù purifica
 
Nuovo Testamento – Vangeli Canonici – Vangelo di GIOVANNI
GIOVANNI - 13 – Non tutti puri di cuore.
 
Decisione di uccidere Gesù
Nuovo Testamento – Vangeli Canonici – Vangelo di GIOVANNI
GIOVANNI - 11 – Decisero di uccidere Gesù.
 
Quando compaiono Nicodemo e GIUSEPPE
Nuovo Testamento – Vangeli Canonici – Vangelo di MATTEO
MATTEO - 27 – Gesù crocifisso era morto.
 
Nuovo Testamento – Vangeli Canonici – Vangelo di MARCO
MARCO - 15 – Gesù crocifisso era morto.
   
Nuovo Testamento – Vangeli Canonici – Vangelo di LUCA
LUCA - 22 – Gesù crocifisso era morto.
 
Nuovo Testamento – Vangeli Canonici – Vangelo di GIOVANNI
GIOVANNI - 19 – Gesù crocifisso era morto.
 
Nicodemo e GIUSEPPE nei Testi Apocrifi
Vangeli Apocrifi – Vangelo di PIETRO
PIETRO - 6 – Gesù crocifisso era morto.
 
Vangeli Apocrifi – Vangelo di Nicodemo
 
Termini e significati particolari
Enciclopedia TRECCANI

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