addì venerdì 3 aprile 2026
Il giorno del Venerdì Santo è un momento particolare per i Cristiani che, mentre ricorda la passione e morte del Cristo di Dio, l'uomo Gesù, suscita sentimenti di umana pietà nei confronti di quegli esseri umani bisognosi di aiuto nei momenti più tristi e angoscianti della carnale esistenza temporale.
Proprio la compassione umana, su cui ho maturato le mie riflessioni per un tempo di circa due anni, è stata la circostanza di riferimento come oggetto di studio e, in particolare, l'esempio di Giuseppe di Arimatea e Nicodemo mi ha guidato sul percorso riflessivo che oggi, in occasione di questo Venerdì Santo del 2026, rendo pubblico.
Il
periodo contemporaneo con i suoi aspetti positivi e negativi, manifestati dalle
situazioni e circostanze della vita quotidiana, suscita tante riflessioni per gli
accadimenti che mostrano, con chiarezza, i comportamenti del genere umano e da
cui non si può prescindere, evitare, negare o nascondere quanto la mente umana
sia perversamente capace di ideare progetti, escogitare meccanismi e realizzare
eventi anche dannosi e distruttivi per il genere umano stesso.
Infatti
giorno per giorno emergono situazioni per nulla legate alla logica
comportamentale di un epoca votata al bene comune e alla collaborazione tra le
genti, basata su concetti, più o meno, umanistici,
che hanno caratterizzato, finora, la “civiltà occidentale”, bensì
compaiono, in opposizione a quei principi, atteggiamenti animaleschi,
sopraffattivi e distruttivi degli altri esseri umani, allo scopo di esaltare la
propria forza in nome, a volte, di sclerotici e sregolati principi che
producono stupore e disorientamento collettivo.
Queste
situazioni tendono a sovvertire, cambiare e stravolgere quelle regole dettate
dal desiderio di “pace tra i popoli” stabilite dopo i due grandi
conflitti mondiali del XX° secolo, i più disastrosi della storia umana che
hanno coinvolto direttamente o indirettamente molte nazioni con grandissimo
numero di vittime tra le popolazioni civili e militari.
L’osservazione
degli odierni eventi, comparati ai sentimenti, alle emozioni e ai pensieri che caratterizzano
il bene e il male nell’uomo nel corso della storia, inducono a rivedere e
meditare sul percorso storico che ha visto il Cristianesimo
diffondere principi di “amore fraterno” e, conseguentemente, di “umana
pietà” nei confronti di ogni essere umano che ha bisogno di sostegno e
aiuto nei momenti particolarmente significativi, difficoltosi e drammatici
della carnale esistenza temporale.
Ed ecco
che riguardare gli eventi accaduti in un momento particolarmente drammatico
della storia di un uomo speciale, il Cristo di Dio,
l’uomo Gesù, induce a riflettere e selezionare con
discernimento le motivazioni per cui oggi il bene comune, o meglio: il benessere
comune, non è più il primario obbiettivo sociale da raggiungere, ma è
stato emarginato, anzi, sostituito dall’astuta esaltazione individuale,
mostrata senza pudore dalle deliranti, ciniche e ipocrite personalità
governative, manifestate attraverso la esuberante vanità orgogliosamente
mondana.
Ciò mette
in evidenza la brutale violenza del più forte nei confronti del più
debole, facile preda riducibile e assoggettabile alla volontà altrui,
specialmente se il prepotente è spalleggiato dal recinto protettivo del branco
che, composto da altri simili spregiudicatamente cattivi e peggiori di lui, raggiunge
la più feroce e perfida crudeltà di cui l’uomo è selvaggiamente capace.
È chiaro che tutto ciò è in contrastante opposizione alla dottrina predicata da Gesù che, invece, aveva come scopo il compimento della Legge Divina:
«Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Mt 22,37-39).
Dunque: “amerai il tuo prossimo come te stesso” è il concetto coinvolgente e totale che definisce l’umanesimo della “civiltà occidentale” attento al bisogno dell’essere umano verso cui compiere il gesto amorevole nei momenti più tristi e drammatici della sua esistenza, quando, cioè, necessita di un aiuto particolarmente forte e coraggioso.
Perciò il modo semplice di riconoscere il “prossimo” è l’incontro col bisogno dell’essere umano, come quello raccontato dall’evangelista Luca nell’episodio in cui, un dottore della Legge, pose a Gesù la domanda: "Chi è mio prossimo?» ed egli rispose:
«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». (cfr. Lc 10,29-37)
Dunque
compiere un gesto amorevole, nei riguardi del prossimo,
è avere “compassione di lui” non solo nei momenti più tristi e drammatici
della carnale esistenza temporale, ma sempre e in ogni istante della vita.
Ed è
proprio la ricerca di esempi specifici che, in occasione di situazioni
drammatiche appartenenti alla carnale esistenza temporale di ogni essere umano,
fa risalire all’emblematico episodio della morte di Gesù, allor
quando, con l’intervento discreto di uomini coraggiosi e senza timore, appare
con evidente chiarezza il gesto amorevole, carico di compassione per Lui, a dimostrare come l’amore verso il
prossimo definisce la “umana pietà”, specchio di ciò che l’uomo è
anche capace di essere.
L’episodio che suscita commoventi sentimenti di ammirazione, per le gesta di umana pietà, è quello riguardante i due personaggi che, storicamente certificata sia nei quattro nei Vangeli Canonici di Matteo, Marco, Luca, Giovanni e sia in quello Apocrifo di Pietro, compaiono nel momento in cui viene descritta la deposizione di Gesù dalla croce e la Sua sepoltura: Giuseppe di Arimatea e Nicodèmo.
2 – Figure
di umana pietà
Generalmente il gesto di umana pietà verso la
carnale esistenza temporale appare evidente, in modo specifico ed emblematico, quando
una persona cara muore con lo spegnersi della vita, ed è qualcosa che riguarda tutti
gli esseri umani: famosi o sconosciuti, ricchi o poveri, buoni o cattivi, amati
o odiati.
La scomparsa di qualsiasi essere umano è, comunque, l’occasione
per suscitare emozioni e dispiacere da cui scaturisce, con coraggio, il
desiderio di cambiamento nei parenti più prossimi e nei conoscenti del defunto
che, proprio in quel momento, capiscono quanto fosse importante quella
specifica e particolare esistenza in vita e, anche se rattristati profondamente
da quella perdita, sono pervasi da sinceri sentimenti di umana pietà
che suscitano frenetiche, commoventi e particolari attenzioni verso le sue
spoglie mortali, al fine di preparare una giusta, onorevole e dignitosa
sepoltura.
Questo sentimento di umana pietà, spesso e in modi
diversi, è sentito ed è vivamente presente in coloro che, coinvolti,
partecipano ai momenti in cui il bisogno umano si mostra con tutta la crudezza
drammatica delle sofferenze non solo personali, ma anche collettive, come:
guerre, stermini, catastrofi, incidenti, ecc.
Le figure di umana pietà, generalmente, compaiono nel
momento in cui la vita di un essere vivente si spegne, nell’istante
dell’abbandono del soffio vitale, nell’attimo della cessazione funzionale degli
organi vitali, nel distacco dalla carnale esistenza temporale e, sostenendo
fattivamente i parenti, contribuiscono ad
organizzare tutte le azioni necessarie per seppellire le spoglie mortali.
L’animo umano custodisce in sé, storicamente, un profondo senso
di umana pietà verso le spoglie mortali dei propri defunti, così
come si evince sia dalle antiche storie bibliche in cui vengono narrati episodi
che riguardano i parenti deceduti di personaggi famosi e sia dalle più comuni storie
di vita quotidiana che narrano fatti drammaticamente luttuosi accaduti nel
corso delle varie epoche.
Il
patriarca Abramo, quando Sara sua moglie morì nella
terra di Canaan, chiese agli Ittiti di poterla seppellire in un
sepolcro di quel territorio, ed era disposto anche a comprare il terreno per la
sepoltura che, invece, gli venne pietosamente ceduto da quel popolo come è raccontato
nel libro della Genesi che descrive, proprio, questo particolare
dialogo:
«Io
sono forestiero e di passaggio in mezzo a voi. – dice Abramo – Datemi
la proprietà di un sepolcro in mezzo a voi, perché io possa portar via il morto
e seppellirlo».
Allora
gli Ittiti risposero ad Abramo:
«Ascolta
noi, piuttosto, signore. Tu sei un principe di Dio in mezzo a noi: seppellisci
il tuo morto nel migliore dei nostri sepolcri. Nessuno di noi ti proibirà di
seppellire il tuo morto nel suo sepolcro».
Ed ecco che appare evidente la umana pietà di un popolo quando, all’insistenza di Abramo per comprare il sepolcro, un rappresentante di quel popolo rispose:
«Ascolta me, piuttosto, mio signore: ti cedo il campo con la caverna che vi si trova, in presenza dei figli del mio popolo te la cedo: seppellisci il tuo morto». (cfr. Ge 23, 4-11)
La stessa umana pietà è presente in un altro episodio che vede protagonista un famoso personaggio biblico: Giuseppe quando, morto suo padre Giacobbe (Israel), chiese al faraone, tramite i suoi dignitari, di andare a seppellirlo nella terra di Abramo:
«Se
ho trovato grazia a i vostri occhi, vogliate riferire agli orecchi del faraone
queste parole. Mio padre mi ha fatto fare un giuramento,
dicendomi: “Ecco, io sto per morire: tu devi seppellirmi nel
sepolcro che mi sono scavato nella terra di Canaan”. Ora, possa io andare a
seppellire mio padre e poi tornare».
Il
faraone, manifestando con commozione proprio il senso di umana pietà,
rispose:
«Va’ e seppellisci tuo padre, come egli ti ha fatto giurare».
Giuseppe andò a seppellire suo padre e con lui andarono tutti i ministri del faraone, gli anziani della sua casa, tutti gli anziani della terra d’Egitto. (Ge 50, 4-7).
Dunque, in ogni tempo e nella storia di ogni popolo c’è traccia
dell’umana pietà verso i defunti e il gesto amorevole
di Giuseppe di Arimatea e Nicodèmo,
due personaggi silenti e discreti, appare emblematico proprio per la compassione manifestata con
coraggio e senza incertezze.
Giuseppe di Arimatea e Nicodèmo
sono presenti nel momento in cui viene descritta la deposizione di Gesù
dalla croce e la sua sepoltura, pur non essendo protagonisti principali, sono
una comparsa a sorpresa, sul Golgota, che suscita un distratto stupore è una
pietistica azione sbalorditiva proprio nel momento successivo
alla morte di Gesù, quando il suo corpo è deposto dalla croce,
portato nel sepolcro per la sepoltura e scompare dalla vista dei propri cari.
L’accostamento di Giuseppe di Arimatea e Nicodèmo
a personaggi storici come Abramo, Giuseppe e a qualunque
altro personaggio, presente in qualsiasi altra storia degli esseri umani,
definisce come queste “figure di umana pietà” sono l’emblematico
esempio degli accompagnatori verso la dimora eterna
del “defunto”, cioè sono i curatori delle spoglie mortali, sono
la silente presenza della pietà umana verso un altro essere umano
che, a volte incute paura e timore, altre volte genera riconoscente
gratitudine.
In questo caso specifico Giuseppe di Arimatea e Nicodèmo
sono raccontati, nei libri evangelici, come figure di umana pietà
che compaiono proprio nel momento più triste, più profondamente
angosciante e più toccante della morte di Gesù,
così come accade alla morte di ogni essere umano, allorquando compaiono figure
di umana pietà che si prendono cura delle spoglie mortali e accompagnano
il defunto fino alla sepoltura.
Personaggio
citato in tutti e quattro i Vangeli Canonici di Matteo, Marco, Luca, Giovanni ed
anche in quello Apocrifo di Pietro, in ognuno dei quali è menzionato con
descrizioni tali che il suo carattere prende forma e l’immagine che appare è
quella di un uomo che dopo aver incontrato Gesù, non rimane
indifferente al suo messaggio e a ciò che rappresenta.
È
descritto come uomo buono, giusto e ricco, originario di Arimatea, una
città della Giudea, era membro autorevole del sinedrio, anch’egli aspettava il Regno
di Dio, diventa discepolo di Gesù, ma di nascosto, per
timore dei Giudei; pur essendo membro del sinedrio non aveva aderito alla
decisione di uccidere Gesù e non aveva partecipato all’operato
degli altri giudei.
Il
suo incontro con Gesù è un incontro travolgente, suggestivo,
emozionate e contagioso tanto da trasformare la paura umana in forza coraggiosa
che apre l’animo alla grandezza dell’amore misericordioso verso gli altri
esseri umani.
Giuseppe
aspettava il Regno di Dio e Gesù gli ha toccato
l’animo, lo ha fatto commuovere; i Suoi insegnamenti gli sono familiari,
sono la conferma vivente di ciò in cui crede; percepisce le Sue parole
come incitamento all’amorevole bontà, alla misericordia, alla mansuetudine e
alla giustizia; egli è toccato nei sentimenti più intimi e, forse, ha anche
pianto; però come fariseo e membro del sinedrio deve contenersi, deve
nascondersi e non deve mostrare agli altri giudei la sua incontenibile gioia
per ciò che ha conosciuto.
Quel
giorno particolare, al termine di quell’evento terribile della passione e morte
di Gesù, Giuseppe era molto turbato, si sentiva
disorientato e incredulo, non avrebbe mai immaginato che quell’Uomo
sarebbe finito in quel modo e, subito, scatta in lui il meccanismo della
compassione protettiva verso quel corpo straziato dalle ferite.
Toccato
e scosso profondamente dall’accaduto sente la necessità di dover fare qualcosa
e, in quel momento senza indugio e senza pensare alle conseguenze, non avverte
più la paura dei giudei, anzi, sente il dovere pietoso di seppellire il corpo
martoriato di Gesù; la sua misericordia è più forte di qualsiasi
paura, ed emerge con evidenza la sua pietosa e amorevole bontà verso colui che
gli aveva dato la speranza della venuta del Regno di Dio per una
esistenza umanamente migliore.
Senza
indugiare e con coraggio si reca da Pilato per chiedere il corpo di Gesù
che glielo concede e, per fare questo, senz’altro doveva essere membro
autorevole del sinedrio e, considerate le modalità con cui ha agito, anche
molto influente presso i Romani, probabilmente con questi aveva dei rapporti
stretti, forse di affari o di commercio o di servizio, comunque doveva essere
una figura di alto livello sociale per giungere direttamente al governatore
Pilato, scavalcando le gerarchie ebraiche.
La compassione di Giuseppe è nota ed è riconosciuta anche da altri ebrei, rimasti toccati, come lui, nel profondo del cuore dalle gesta e dalle parole di quell’Uomo speciale e, questi, non indugiano a consentirgli di prendere quel corpo e si affidano a lui con la certezza che fosse la persona rispettabile più adatta e capace di seppellire dignitosamente le spoglie mortali di Gesù; ed egli non si tira indietro, anzi, ha pietà per il corpo di colui che ha visto fare opere buone e, invece adesso, è lui che deve fare un’opera buona verso le spoglie mortali di quell’Uomo straordinario, infatti Pietro, nel suo Vangelo Apocrifo, racconta:
«Gli Ebrei diedero il suo corpo a Giuseppe, affinché lo seppellisse; egli, infatti, aveva visto tutto il bene che aveva fatto; Preso il Signore, lo lavò, lo avvolse in un lenzuolo e lo portò nel suo proprio sepolcro, detto giardino di Giuseppe.» (Apocrifo Pt 6, 21-24).
Del resto come tutti i giudei, anch’egli non ha potuto fare a
meno di incontrare Gesù, di ascoltarlo, di vederlo compiere gesti
straordinari, di rimanere incuriosito e affascinato dalla Sua
grande capacità di attrazione, di seguirlo come tanti altri giudei in forma
anonima per non essere additato come Suo seguace, ed essendo egli
stesso membro del Sinedrio, teme gli altri giudei e non vuole mostrarsi come
discepolo di Gesù, anche se in cuor suo lo è di nascosto, ed
infatti tutto questo suo atteggiamento emerge proprio negli scritti degli altri
Vangeli Canonici.
Certo, però, che quando si accorge che ormai Gesù
è morto, si rende conto della necessità di seppellire quel corpo mortale e,
guardandosi intorno, incrocia lo sguardo compassionevole di Nicodèmo, ed
è quello il momento in cui il coraggio, rendendoli complici nell’umana pietà,
emerge in tutta la sua potenza, senza timore di ciò che avrebbero detto o
fatto, nei suoi confronti, gli altri giudei, anzi proprio la presenza di Nicodèmo
rende quel gesto pietoso carico di significato condiviso, anche nelle modalità
di trattare il corpo con aromi prima della sepoltura nel nuovo sepolcro
realizzato da poco, così come racconta Giovanni:
«Giuseppe di Arimatea era discepolo di
Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei; chiese a Pilato di prendere il
corpo di Gesù; andò e prese il corpo di Gesù; Vi andò anche Nicodèmo; presero
il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, per preparare la
sepoltura; nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel
giardino un sepolcro nuovo, là posero Gesù.» (Gv 19, 38-42).
Per lui l’azione più naturale di normale cortesia, nei confronti
di quell’Uomo, era quella di dare degna sepoltura alle sue
membra, in un luogo sicuro e non facilmente violabile, a cui si aggiunge il
gesto di rispettosa delicatezza per averlo riposto in un sepolcro nuovo e non
contaminato da altri cadaveri, ed è ciò che emerge dal racconto di Luca:
«Un uomo di nome Giuseppe, membro del
sinedrio, buono e giusto; non aveva aderito alla decisione e all’operato degli
altri; era di Arimatea, una città della Giudea; si presentò a Pilato e chiese
il corpo di Gesù; lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise
in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora
sepolto.» (Lc 22, 50).
La
richiesta a Pilato del corpo di Gesù, scaturisce non solo da un
sentimento di umana pietà, ma anche dall’istinto protettivo verso quel corpo
martoriato che, riposto in fretta nel sepolcro, viene subito nascosto alla
vista altrui, dalla roccia posta a chiusura dell’ingresso, ed è quanto racconta
Marco:
«Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole
del sinedrio; con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù; Pilato
concesse la salma a Giuseppe; comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo
avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia; poi fece
rotolare una pietra all’entrata del sepolcro.» (Mc 15, 42-46).
La
compassione di Giuseppe verso il corpo di Gesù è molto
forte tanto da mostrare nei fatti la sua generosa magnanimità e, pur essendo un
“uomo ricco”, non ostenta la propria ricchezza, anzi umilmente la
mette a disposizione offrendo il denaro necessario per acquistare il lenzuolo
nuovo in cui avvolgere pietosamente quel corpo mortale ed, inoltre, è anche
disposto ad accogliere quelle spoglie mortali nel suo sepolcro nuovo che aveva
fatto preparare per se, così come racconta Matteo:
«Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatea,
chiamato Giuseppe; chiese il corpo di Gesù a Pilato; prese il corpo di Gesù, lo
avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era
fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del
sepolcro, se ne andò.» (Mt 27, 57-60).
E finalmente, dopo una giornata turbolenta ed estenuante per gli eventi
accaduti, Giuseppe d’Arimatea è colui che conclude tutta questa
storia ponendo il punto finale.
Infatti con la posa della pietra all’entrata del sepolcro come estremo
saluto per il riposo eterno al defunto e, consapevole di aver completato nel
modo più dignitoso il gesto di umana pietà nei confronti del
corpo di Gesù, «se ne andò».
Per questo Giuseppe d’Arimatea diventa una importante figura
di umana pietà nei confronti di Gesù.
Dottore della Legge, fariseo e membro del Sinedrio, è descritto
come una persona autorevole presso il popolo e, quindi, era uno dei capi dei
Giudei, indicato da alcuni studiosi come un rabbino ebreo molto ricco e rispettato
dal popolo.
Egli è menzionato solo nel Vangelo di Giovanni, in cui compare
tre volte:
·
La prima volta: quando di notte andò da Gesù per dialogare
sull’origine del suo insegnamento e per avvisarlo dei pericoli che correva (3,1-21);
·
La seconda volta: quando interviene in difesa di Gesù
nel momento in cui i Farisei tramano per farlo arrestare (7,45-51);
·
La terza volta: quando aiuta Giuseppe d'Arimatea a
deporre il corpo di Gesù dalla croce e riporlo nella tomba
(19,39-42).
Nicodèmo,
candido, sincero e leale cercatore della presenza di Dio, genuino
studioso della parola Divina, puro interprete delle Sacre Scritture, anche a
lui è capitato, così come ai suoi
contemporanei, di incontrare un uomo fuori dal comune, che non
aveva uguali, che agiva in modo particolarmente straordinario e che suscitava
un forte fascino attrattivo in coloro che lo incontravano e lo ascoltavano.
Perciò
anch’gli era fortemente attratto da Gesù, sentiva dentro di sé il
vibrante desiderio di incontrare quell’Uomo che con il suo modo
di agire e di parlare, col suo modo di stare vicino all’essere umano, con la
sua capacità di riconoscere il bisogno del quotidiano vivere, con il suo
toccare profondamente l’intimo dell’animo umano, appare come la risposta
vivente ai problemi e ai bisogni della carnale esistenza temporale.
Dunque,
anche Nicodèmo vedendo e ascoltando Gesù, crede che
è proprio colui il quale può dare risposte alle sue domande, crede che solo Gesù
può soddisfare la sua sete di conoscenza, crede che solo Gesù può
indicargli la reale, concreta e tangibile strada per giungere a Dio.
Nonostante
temesse il giudizio del sinedrio, si rende conto che l’incontro con Gesù
è un accadimento straordinario, unico e irripetibile da cui è impossibile
sottrarsi, è un accadimento che ha stravolto la sua esistenza ed ha
scombussolato la sua mente, quindi desidera incontrare quell’Uomo
che compie azioni straordinarie, desidera l’incontro con quell’Uomo
che cambia la vita a chiunque gli si presenta davanti, desidera l’incontro con
la “parola” di quell’Uomo, desidera genuinamente conoscere
la verità annunciata da quell’Uomo su Dio, ed è disposto con
animo puro ad accogliere le indicazioni per poter giungere alla conoscenza di
Dio.
Infatti,
spinto dal desiderio di incontrare Gesù a tu per tu, per avere la conferma di ciò che
in cuor suo pensava, lo cerca, lo va a trovare e, quando fu alla sua presenza,
gli disse:
«Rabbì, sappiamo che sei venuto da
Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se
Dio non è con lui» (Gv 3,2).
Finalmente
Nicodèmo è lì di fronte a quell’Uomo straordinario
e fuori dal comune, è molto emozionato gli parla quasi balbettando, ma
soprattutto è affascinato da quel Suo modo di ragionare e, rapito
quasi in estasi, lo ascolta con molta attenzione quando Gesù gli disse:
«Se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio.
Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello
che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito.
Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia
dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è
chiunque è nato dallo Spirito.» (Gv 3,3-8).
Ascoltando
quelle parole, egli si rende conto che il Signore è con Lui,
ed è ormai certo che Dio consente a Gesù di
compiere opere, azioni e gesti straordinari; allora, come un ingenuo e
innocente fanciullo, vuole conoscere la strada da percorrere e desidera
ardentemente entrare nella grazia della benevolenza Divina, perciò Gli
pone la domanda:
«Come può accadere questo?» (Gv 3,9).
In questa domanda c’è tutta la sua voglia di conoscere la
verità, cioè chiede a Gesù di rivelargli, quasi in esclusiva per
lui, in che modo è possibile cogliere lo Spirito di Dio che
soffia dove vuole, in che modo è possibile ascoltare la Sua Voce
che non si sa da dove viene e né dove va, in che modo si è capaci di
individuare quella Voce profonda e nascosta tra le confuse e
innumerevoli voci che la mente umana ascolta nell’intimo.
In quella domanda appare evidente il suo smisurato desiderio di conoscere
le strade che conducono alla Gloria di Dio; come un bambino
eccitato di fronte al regalo atteso; e mentre pone a Gesù quella
domanda sente il suo cuore ardere fortemente per la certezza che quel momento
sta per cambiargli la vita, sente il suo corpo vibrare nell’attesa della
risposta che cercava, sente la sua mente fremere dalla voglia di collocare le
risposte giuste nel posto giusto dei suoi personali e intimi ragionamenti di
fede in Dio, come un puzzle a cui manca l’ultimo tassello per
essere completato.
Gesù,
invece, ribalta le sue aspettative e il senso di quella domanda, ne stravolge
la prospettiva, infatti, gli pone una visione che non punta l’obbiettivo verso
l’esterno diverso da “se”, ma verso il più intimo interno di “se”;
tanto è che, pur conoscendolo nel profondo, lo fredda, lo blocca e, mostrandosi
stupito quasi a rimproverarlo ma con un atteggiamento colmo di amorevole correzione,
gli rispose:
«Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose?»
(Gv 3,10).
Quella risposta sembra un “rimprovero” verso Nicodèmo,
ma quella notte, in quell’incontro, in quella circostanza, Gesù
non biasima Nicodèmo, anzi con benevolenza, riconosce che egli è
un maestro desideroso di imparare, in grado di insegnare agli altri e, se pur considerandolo
dottore della Legge, studioso delle Sacre Scritture e genuino cercatore della
presenza di Dio, manifesta stupore in quanto proprio lui non
comprende ancora la verità che Gesù andava annunciando e
descrivendo.
Però Nicodèmo, sobbalzando è spiazzato da quella
risposta e nonostante bloccato ed impietrito, con purezza e umiltà, si pone
subito l’interrogativo: «Cosa dovrei conoscere oltre a ciò che so? In quale
parte delle scritture è nascosta la risposta?».
Ma proprio in quel momento, all’improvviso, accade qualcosa in
lui che lo scuote e illumina con un forte bagliore la sua mente e, subito,
comprende che la vera risposta non è scritta nei testi, ma nel cuore dell’uomo,
ed egli adesso la percepisce nitidamente dentro di se, chiaramente definita nel
suo intimo più profondo e lo capisce specificamente quando Gesù
gli disse:
«Noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo
ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza.» (Gv 3,11).
Questo “Noi” lo percepisce come la stretta unione tra Dio
e il Cristo di Dio che, annunciato dalle Sacre Scritture,
era atteso da tutti gli ebrei, quindi anche lui aspettava il Messia
promesso, ed era ansioso di scoprire che Gesù lo fosse veramente.
Egli percepiva questa affermazione come momento di svolta importante, una rivelazione
talmente particolare da farlo sentire ormai vicino alla verità su quell’Uomo
straordinario che compiva gesti straordinari e soprannaturali, possibili solo
ad una entità Divina alimentata dallo Spirito di Dio
quale soffio non più vagante nel vento in modo casuale, ma innestato nella umana
esistenza carnale di Gesù il Cristo di Dio,
generato da Dio, nato dallo Spirito di Dio quale entità
unitaria.
Questo “Noi” lo percepisce come la stretta unione tra Dio
Padre, lo Spirito di Dio e Gesù Figlio, l’Uno
diretta genealogia degli Altri e di Ognuno,
nel suo essere unico e irripetibile, appartenente alla unicità Trinitaria
che, in modo singolare, è composta da figure, relazioni e legami condensati tra
loro, tanto da formare un unico corpo capace di “generare”,
dando vita a quell’Essere Divino, frutto proprio del legame tra “generanti”,
che a loro volta sono “generati” dalla genealogia di
Dio.
Queste parole per Nicodèmo
sono la chiave di lettura per sapere chi è quell’Uomo, ed infatti egli apprende
con gioia ardente che Gesù è colui
che si aspettava che fosse, perché senza indugi e senza alcun timore, Egli
dichiara di essere l’unigenito Figlio di Dio, generato
nella carnale esistenza temporanea come esempio di vita per ogni essere
umano, a cui è data la possibilità di modellare la propria esistenza per
ottenere la vita eterna.
Infatti Gesù parla del Regno che conosce e di
cui Egli stesso è testimone, cioè un Mondo pieno di
luce, di giustizia, di serenità, di
amore, di tenerezza, di verità, di fedeltà e colmo di tanti buoni frutti.
Nicodèmo comprende anche di
non essere l’oggetto della lamentela di Gesù, che riguarda,
invece, l’incredulità di quegli uomini i quali pur incontrandolo, non accolgono
la Sua testimonianza, non ascoltano quello che dice e non si
fidano nemmeno delle opere che compie nel nome e per conto di Dio,
ed ecco che egli, docilmente, ascoltata e accoglie il dispiacere di Gesù
quando disse:
«Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete
se vi parlerò di cose del cielo?
Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è
disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo.» (Gv 3,12).
Oltre
ad essere tanto affascinato da quell’Uomo, Nicodèmo,
si preoccupa anche per la sua incolumità fisica che gli stà a cuore, lo vuole
proteggere dagli altri farisei, suoi pari, dei quali conosce il modo di pensare
riguardo alle idee religiose, ma soprattutto teme il loro intento di ucciderlo,
però Gesù, lo spiazza ancora una volta e stravolge i suoi timori,
preannunciando quanto sta per accadergli ed essendo la sua sorte ormai già
segnata, disse:
«E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia
innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita
eterna.» (Gv 3,14-15).
Nonostante tutto Gesù
afferma con autorità che Dio, generando nella
carnale esistenza temporanea il Suo unigenito Figlio,
non ha voluto condannare questo mondo pieno di tenebre, di malvagità, di odio,
di falsità e di opere riprovevoli, perciò disse:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché
chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti,
non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo
sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non
crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito
Figlio di Dio.» (Gv 3,16-18).
Terminando l’incontro
con Nicodèmo, Gesù coglie l’occasione per esprimere
il giudizio su tutti gli uomini che scetticamente non accolgono le parole del Suo
vangelo:
«E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini
hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque
infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non
vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia
chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.» (Gv 3,19-21).
Apparentemente l’incontro sembra aver suscitato un “rimprovero”
verso Nicodèmo, “il primo” descritto nel vangelo di
Giovanni che, però, non lo rattrista, anzi gli apre la mente e il cuore, tanto
che, adesso, è certo perché ha ottenuto la conferma che aspettava, non ha più
dubbi: «Egli è venuto da Dio».
Invece, Nicodèmo è rattristato dal “secondo
rimprovero”, descritto nello stesso vangelo di Giovanni, che è esplicitamente
pronunciato da alcuni membri del sinedrio, ovvero dall’irragionevolezza di
quei farisei accecati dall’odio verso Gesù e, di
conseguenza, anche nei suoi confronti che aveva simpatie e rispetto per lo
stesso Gesù.
Infatti anche questo episodio è ambientato a Gerusalemme, quando alcuni
abitanti parlando sottovoce, ma in luoghi pubblici, dicevano di Gesù:
«Non è costui quello che cercano di uccidere?» (Gv 7,25).
Perciò i capi dei
sacerdoti e i farisei udendo che la gente mormorava queste cose, mandarono
delle guardie per arrestare Gesù, ma le guardie avendo ascoltato
tutto ciò che Egli diceva, ma non riscontrarono nei Suoi
discorsi nulla che fosse contro la legge, quindi tornarono dai capi dei
sacerdoti e dai farisei e dissero:
«Mai un uomo ha parlato così!». (Gv 7,46).
Quando i farisei
ascoltarono ciò che dissero i soldati, la loro rabbia aumentò ancor di più e di
conseguenza inveirono contro costoro:
«Vi siete lasciati ingannare anche voi? Ha forse
creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non
conosce la Legge, è maledetta!». (Gv 7,47-48).
Nicodèmo, in cuor suo, è ormai certo di chi
fosse Gesù e, dopo
averlo incontrato, è convintamente sicuro che Egli è giusto, è
vero, è il Cristo di Dio che gli ha cambiato la vita; quell’Uomo,
dopo averlo ascoltato, gli aveva aperto gli occhi, la mente e il cuore; quell’Uomo
gli aveva fatto capire come lo Spirito di Dio si manifesta a chi
lo cerca; dunque sentiva ardentemente la necessità di fare qualcosa per Lui,
ed era intenzionato ad agire per proteggere Gesù, col tentativo
di evitare che gli altri membri del sinedrio prendessero una decisione
insensata.
Allora egli si alzò
nell’assemblea con tutta l’autorevolezza del maestro conoscitore della legge e,
proprio in questo momento, prende coraggio, agisce e
assume un atteggiamento di rispetto verso Gesù, nel tentativo di difenderlo,
proteggerlo e salvarlo dalle minacce di morte di coloro che lo odiavano e, richiamando
l’attenzione degli altri farisei sul modo di giudicare un uomo secondo la Legge, disse:
«La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo
ascoltato e di sapere ciò che fa?» (Gv 7,51).
Però gli
altri capi dei sacerdoti e farisei, i quali erano già irritati e furiosi
per l’impossibilità di azzittire e distruggere il “nemico Gesù”
che, mettendo in pericolo la loro dottrina e la loro stessa esistenza di
depositari della verità religiosa, suscitava la loro ira, li infastidiva,
disturbava il loro tradizionalistico comportamento e avevano già deciso cosa fare
di Lui; quindi per giustificare la loro condotta furibonda e
arrabbiata, rimproverano Nicodèmo con insulti e ingiurie, rispondendogli:
«Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai
che dalla Galilea non sorge profeta!» (Gv 7,52).
Di fatto questo é un vero e proprio rimprovero verso Nicodèmo,
al quale rivolgono in modo specifico, addirittura, anche l’insulto: «Studia!»,
quasi non riconoscendolo come maestro in grado di saper insegnare agli altri.
Perciò, ponendo a confronto questi due episodi, si comprende che
il “primo rimprovero”, quello di Gesù, era
benevolo, misericordioso e carico di amorevole correzione, contenente
l’indicazione riguardante la strada da percorrere verso la Gloria di Dio,
che aiuta Nicodèmo a giungere alla verità.
Invece il “secondo rimprovero”, quello dei
farisei, era malevolo, indignato, traboccante di agguerrita cattiveria e
ricolmo di sprezzante risentimento ingiurioso, che rattrista Nicodèmo per
non poter salvare il giusto.
Questi due rimproveri mettono a dura prova lo stato d’animo di Nicodèmo,
il quale, consapevole che il dialogo con Gesù lo ha reso sereno e
forte difronte a qualsiasi difficoltà, non si lascia intimorire e non risente
di alcun turbamento per essere schernito e insultato dagli altri farisei,
proprio su quegli argomenti per i quali è definito “maestro” e dei
quali, loro, non saranno mai capaci di comprendere il significato.
Pertanto
l’aver acquisito questo sguardo nuovo, questa sua nuova visione umana, fa sì
che, quando Gesù muore, senza indugiare e non temendo più alcun
giudizio negativo dei farisei, si mobilita anch’egli per dare degna sepoltura a
quel corpo mortale e inanimato, così come nel vangelo di Giovanni è scritto:
«Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di
nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù.
Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi
andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di
notte – ». (Gv 19,38-39).
Nicodèmo,
dunque, andò anche lui a prendere il corpo di Gesù, portando con
sé circa trenta chili di unguenti necessari per la sepoltura che, a quel tempo,
era la quantità utilizzata per la sepoltura di un re, infatti Giovanni scrive:
«portò cento libbre di una mistura di mirra e di àloe». (Gv 19,39).
In
fine, poiché quel giorno era la Parasceve dei Giudei e dovendo provvedere a
seppellire il corpo di Gesù, Nicodèmo contribuisce
anche al trasporto della salma verso il nuovo sepolcro di Giuseppe di
Arimatea situato in un giardino vicino al Golgota, così come da
Giovanni è scritto:
«Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli,
insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura». (Gv 19,40).
Per questo Nicodèmo diventa anche lui una importante figura
di umana pietà nei confronti di Gesù.
L’evento della morte di Gesù in croce, accade
durante la festa annuale della Pesach, la
Pasqua ebraica, una delle feste più importanti e ricche di
significati per il popolo ebraico; anche Giuseppe d'Arimatea e Nicodèmo,
chiaramente, non vogliono mancare di partecipare a questa solenne festività.
Innanzitutto la Pesach è la rievocazione che riguarda
ciò che accadde tredici secoli prima della nascita di Gesù,
quando il popolo ebraico, divenuto schiavo degli Egizi dopo la morte di
Giuseppe, venne liberato dalla schiavitù egiziana per volere del Signore
Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe
che affidò a Mosè il compito di guida, dicendogli:
«Fa' uscire dall'Egitto il mio popolo, gli Israeliti!»
(Esodo 3,7-10).
Il popolo ebraico, in ricordo di questo evento, celebra ogni
anno la ricorrenza proprio dell’intervento del Signore Dio che,
costringendo il Faraone d’Egitto a concedere la libertà agli ebrei, dimostra
benevolenza verso questo popolo col quale stabilisce un patto di reciproca
fedeltà.
Per mantenere viva e perenne la memoria dell’alleanza tra Dio
e gli uomini, la festa in onore del Signore Dio è l’inizio di un
nuovo anno quale memoriale di protezione e di fedeltà, così come riportato nei Sacri Testi
dell’Antico Testamento e, tra quelli contemplati nel Pentateuco, il libro
dell’Esodo racconta ciò che il Signore disse a Mosè e ad Aronne, quando erano ancora in
terra d’Egitto:
«Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per
voi il primo mese dell’anno. … Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un
agnello per famiglia, un agnello per casa. … lo conserverete fino al
quattordici di questo mese: allora tutta l’assemblea della comunità d’Israele
lo immolerà al tramonto.
Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti
e sull’architrave delle case nelle quali lo mangeranno.… In quella notte ne
mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe
amare.... È la Pasqua del Signore! In quella notte io passerò per la terra
d’Egitto e colpirò ogni primogenito nella terra d’Egitto, uomo o animale; così
farò giustizia di tutti gli dei dell’Egitto. Io sono il Signore!… Questo giorno
sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di
generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne». (Cfr.
Esodo 12, 1-14).
Infatti
ogni anno nel mese di Nissan, il settimo mese del calendario ebraico, dopo il
tramonto del venerdì 14, detto della Parascève, ovvero già dalla
notte che precede lo Shabbat, cioè il sabato 15 del mese, inizia
la festa della Pesach e termina all’alba della domenica mattina
che è il primo giorno della settimana. (Cfr. Tradizione Ebraica).
Lo Shabbat,
cioè il sabato ebraico, normalmente durante l’anno ne scandisce il ritmo susseguendosi
di settimana in settimana, ed è fondamentale per gli ebrei che, in questo
giorno, si osservano ed eseguono sia i precetti che riguardano le azione
da compiere, secondo il Comandamento: «ricordati del giorno del
sabato per santificarlo» (Esodo 20,8), sia i precetti che impongono
l’astensione dalle attività lavorative e operative, in osservanza del
Comandamento: «il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo
Dio. Il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato»
(Esodo 20, 9-11).
Nel periodo della Pasqua
ebraica lo Shabbat assume una maggiore e solenne
importanza, perché contempla il “significato” del giorno da
santificare in onore del Signore Dio e il “ricordo” della
liberazione dalla schiavitù.
Con la festa della Pesach
è chiesto agli Ebrei di ricordare gli eventi che portarono alla liberazione
dalla schiavitù egiziana e, la memoria di ciò, risuona come monito affinché non
si ripetano situazioni simili, nei confronti di popoli oppressi dal giogo dei
tiranni, infatti nel libro dell’Esodo è descritto il dialogo con Mosè,
in cui il Signore disse:
«Ho osservato la
miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi
sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere
dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e
spaziosa.
Ecco, il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e
io stesso ho visto come gli Egiziani li opprimono. Perciò va’! Io ti mando dal
faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!
Io so che il re d’Egitto non vi permetterà di partire,
se non con l’intervento di una mano forte. Stenderò dunque la mano e colpirò
l’Egitto con tutti i prodigi che opererò in mezzo ad esso, dopo di che egli vi
lascerà andare.». (Cfr.
Esodo 3, 7-20).
A seguito di questo evento il libro dell’Esodo presenta precise indicazioni
agli ebrei:
«Quando poi sarete entrati nella terra che il Signore
vi darà, come ha promesso, osserverete questo rito. Quando i vostri figli vi
chiederanno: “Che significato ha per voi questo rito?”, voi direte loro: “È il
sacrificio della Pasqua per il Signore, il quale è passato oltre le case degli
Israeliti in Egitto, quando colpì l’Egitto e salvò le nostre case”». (Esodo 12, 25-26).
La festa della Pesach, la Pasqua ebraica,
è la prima delle tre grandi ricorrenze tradizionali, in ricordo della
liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù egiziana (Esodo 12), ed alla
promulgazione della Legge divina (Esodo 20), ad opera di Mosè e
per volere del Signore Dio.
Questa festa segna anche l’inizio del raccolto dei principali
prodotti agricoli nota col nome Hag hamatzot, cioè la “festa
delle azzime”, in ricordo del fatto che quando furono liberati dalla
schiavitù gli Ebrei lasciarono l’Egitto tanto in fretta da non avere il tempo
di far lievitare il pane.
La festa della Pasqua ebraica dura sette giorni,
di questi il primo e l’ultimo sono giorni di festa solenne, gli altri sono di
mezza festa e la prima sera viene celebrato il Seder, in ebraico
“ordine”, suggestiva cena nel corso della quale vengono rievocate e
discusse secondo un ordine prestabilito le fasi dell’Esodo rileggendo l’antico
testo della Haggadah.
Tale modello di rievocazione, con la scansione temporale della
ritualità da attuare, è descritta con indicazioni specifiche nel libro
dell’Esodo:
«Per sette giorni voi
mangerete azzimi.
Fin dal primo giorno farete sparire il lievito dalle
vostre case, perché chiunque mangerà del lievitato dal giorno primo al giorno
settimo, quella persona sarà eliminata da Israele.
Nel primo giorno avrete una riunione sacra e nel
settimo giorno una riunione sacra: durante questi giorni non si farà alcun
lavoro; si potrà preparare da mangiare per ogni persona: questo solo si farà
presso di voi.
Osservate la festa degli Azzimi, perché proprio in
questo giorno io ho fatto uscire le vostre schiere dalla terra d’Egitto;
osserverete tale giorno di generazione in generazione come rito perenne.
Nel primo mese, dal giorno quattordici del mese, alla
sera, voi mangerete azzimi fino al giorno ventuno del mese, alla sera.
Per sette giorni non si trovi lievito nelle vostre
case, perché chiunque mangerà del lievitato, quella persona, sia forestiera sia
nativa della terra, sarà eliminata dalla comunità d’Israele.
Non mangerete nulla di lievitato; in tutte le vostre
abitazioni mangerete azzimi”». (Esodo 12, 15-20).
Perciò non è consentito cibarsi di qualsiasi alimento lievitato per
tutta la durata della ricorrenza, si consumano vino, azzime ed erba amara in
ricordo dei dolori e delle gioie degli Ebrei liberati dalla schiavitù.
Quindi facendo uso di matzà, il pane azzimo,
ovvero un pane non lievitato e scondito che è anche simbolo della durezza della
schiavitù, si indica il contrasto sia tra l’opulenza dell’antico
Egitto, cioè l’oppressore, sia le miserie di chi si
accinge a ritrovare pienamente la propria identità, cioè lo schiavo.
Il culmine della festa solenne è il giorno del “sabato
consacrato”, cioè lo “Shabbat”, dal termine Shevat
che vuol dire cessare e, normalmente, durante il corso dell’anno indica
il giorno in cui non vengono effettuate operazioni inerenti a qualsiasi
attività, ovvero: tutti hanno diritto di riposare, nessuno deve lavorare, tutti
smettono di fare azioni lavorative o cessano di lavorare, tutti desistono dal
compiere qualsiasi atto del fare e tutti sospendono o terminano ogni e
qualsiasi azione che implica un’attività.
A maggior ragione in occasione della solenne festa della Pasqua
ebraica, queste regole in questo particolare giorno assumono una
importanza notevole.
Inoltre, poiché durante lo Shabbat sono consumati
tre pasti: iniziando con quello alla sera del venerdì, proseguendo con quello del
sabato a pranzo e concludendo con quello del pomeriggio entro la fine del
giorno e, dovendo osservare il riposo assoluto senza svolgere alcun tipo di
attività dalla notte precedente il sabato, durante tutto il giorno e fino alla
domenica mattina, gli ebrei devono necessariamente preparare i cibi, le
pietanze e le altre cose necessarie fin dalla vigilia e, quindi, per loro il
venerdì pomeriggio antecedente, detto di Parascève, è il giorno
di preparazione in cui vengono organizzati i pasti e sacrificati gli agnelli
per tutto il popolo.
Per ogni ebreo, dunque, questa particolare ricorrenza annuale
della Pesach è importante, purché venga festeggiata con purezza
di spirito e di corpo, senza alcuna contaminazione, nel rispetto delle usanze
indicate dalla tradizione.
Molto importante è la modalità con cui deve essere celebrata questa
speciale festa in onore del Signore Dio che,
essendo il memoriale dell’alleanza tra la protezione Divina e la fedeltà
degli uomini a Dio stesso, necessita di essere adempiuta con purezza di
spirito e leale obbedienza ai Suoi comandamenti e, di questo, Giuseppe
d'Arimatea e Nicodèmo sono consapevoli, tanto che
frettolosamente eseguono le operazioni di rimozione dalla croce e seppellimento
del corpo di Gesù, proprio per partecipare alla solenne festività
della Pesach in purezza di spirito e soprattutto di corpo.
Tutta questa importanza relativa al concetto di “impurità”,
ha origine all’epoca dei fatti dell’esodo dall’Egitto, in quanto il popolo
ebraico incarnava la personalizzazione dell’uomo ottuso che non
aveva ben compreso il “volere Divino” e, per questa ottusaggine, vennero
stabilite una serie di regole morali e fisiche da osservare.
Chiaramente, proprio per la rigidezza mentale diffusa e per le
scarse conoscenze culturali e scientifiche di allora, queste regole
morali incidevano molto sulla condizione dell’aspetto fisico,
ovvero dell’apparire esteriore e, viceversa, l’impurità fisica
determinava anche la condizione di impurità spirituale.
Perciò l’apparente impurità dell’esteriorità fisica, era la
condizione che definiva l’impurità totale, sia fisica
e sia spirituale, di un uomo o di una donna che, dopo attente
verifiche dell’aspetto fisico, venivano dichiarati impuri e posti in isolamento
ai margini della comunità o in luoghi lontani e distaccati dai centri abitati.
La condizione di impurità poteva anche essere
ritenuta contagiosa, per cui si attivavano meccanismi indagatori
e precauzionali tali da accertare il livello di gravità, della stessa impurità,
con la relativa dichiarazione di contaminazione.
Gli incaricati di effettuare le apposite e opportune verifiche
erano i sacerdoti, i quali avevano l’autorità di definire: il
tipo di impurità, il livello di contaminazione, ed emettere la dichiarazione di
“condizione impura”, la quale definisce lo stato di
alterazione della purezza determinando la condizione di
ciò che non è puro, non pulito e non limpido,
sia moralmente, sia spiritualmente e sia fisicamente.
Anche
al tempo di Gesù era vigente questo tipo di autorità e, nel suo
vangelo, Luca racconta il seguente episodio:
«Mentre Gesù si trovava in una città, ecco, un uomo coperto di lebbra lo
vide e gli si gettò dinanzi, pregandolo: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi».
Gesù tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii purificato!». E immediatamente la
lebbra scomparve da lui. Gli ordinò di non dirlo a nessuno: «Va’ invece a mostrarti al
sacerdote e fa’ l’offerta per la tua purificazione, come Mosè ha prescritto, a
testimonianza per loro». (Lc 5,12-14).
Dunque, poiché il sacerdote era l’unica
autorità che poteva emanare la dichiarazione di
purificazione, era anche automatica la commistione tra
condizione spirituale e condizione fisica, cioè in
questa dichiarazione si fondevano sia la concezione religiosa e sia
quella corporale della natura umana.
L’impurità
secondo la concezione religiosa indica lo stato morale
e spirituale in cui un individuo può venire a trovarsi: per una
trasgressione o peccato, di un atto sessuale illecito, del
mangiare cibi proibiti o per un peccato commesso che rende impuro lo spirito.
L’impurità secondo la concezione corporale
della natura umana indica lo stato fisico in cui un
individuo può venire a trovarsi: per la propria condizione fisica;
una puerpera è impura a seguito della nascita di un bambino; una donna è impura
per effetto delle mestruazioni; una persona è impura per il contatto con il
cadavere, di un congiunto o di un estraneo, oppure con gli oggetti appartenuti
o di proprietà del morto; si è impuri a causa di malattie come la lebbra, la
tigna, le infezioni del corpo, della testa, della gonorrea trasmessa attraverso
vari rapporti sessuali.
Accertata la “condizione impura” e con la
successiva dichiarazione di impurità, che compromette
la normale vita sociale, il sacerdote indica anche quali sono i riti
di purificazione da compiere, variabili rispetto ai singoli casi, per
eliminare la condizione di impurità.
La purificazione secondo la concezione religiosa
dello spirito avviene con varie forme: di sacrifici, di digiuni,
di confessione dei peccati, di formule liberatorie, di atti rituali specifici
con abluzioni delle mani, di battesimo per immersione in acqua di tutto il
corpo o parte di esso, a scopo purificatorio.
La purificazione secondo la concezione corporale
della natura umana avviene con forme: di pulizia, di purgazione,
di abluzioni con lavatura del corpo o di altri oggetti, di fumigazioni, di
bagni di sudore, di cambiamento di vesti.
Nella tradizione ebraica i Testi Sacri dell’Antico
Testamento descrivono: le procedure con cui definire le
impurità; il loro livello di contaminazione; la dichiarazione
di condizione impura, per evitare di contaminare altre persone; gli olocausti
occorrenti per i sacrifici di espiazione delle colpe o ringraziamenti per le
guarigioni da malattie; i riti di purificazione da compiere per
essere riaccolti nella società o per espiare la colpa che è causa
dell'impurità; le modalità con cui il sacerdote
compie il rito espiatorio al fine di ottenere il perdono per il peccato
commesso o la purezza del corpo.
Nei Testi Sacri sono elencate le descrizioni di
tanti tipi di impurità o colpe, a cui seguono i relativi riti dei
sacrifici espiatori e le modalità con cui i sacerdoti, vestiti in modo
specificamente appropriato, effettuano la purificazione:
· le impurità
morali e spirituali per i peccati causati da trasgressioni di cose
proibite vietate della legge divina, necessitavano di specifici riti
purificatori che prevedono di presentare a Dio, tramite il
sacerdote, alcuni tipi di olocausti in sacrificio per il perdono dei peccati.
·
le impurità corporali per aver toccato
inavvertitamente il cadavere di un animale domestico o selvatico, per aver
toccato inavvertitamente un’impurità fisica, propria della persona umana,
oppure la presenza sul proprio corpo di pustole o macchie bianche di lebbra, necessitavano
di specifici riti di purificazione che prevedono la presentazione a Dio
di un particolare tipo di olocausto in sacrificio espiatorio, da consegnare al
sacerdote il quale, compiendo il rito, permetterà di riparare la colpa o per l’azione
commessa o a seguito di guarigione, in modo da ripristinare la purezza del
corpo.
Di conseguenza tutti gli Israeliti sono chiamati al rispetto
di tutte le norme indicate nei Testi Sacri secondo
le indicazione di Mosè che, dopo aver parlato col Signore
Dio nel deserto del Sinai nel primo mese del secondo anno dalla loro
uscita dalla terra d’Egitto, disse:
«Gli Israeliti celebreranno la Pasqua nel tempo stabilito,
il giorno quattordici del primo mese tra le due sere; la celebrerete secondo
tutte le leggi e secondo tutte le prescrizioni» (cfr. Numeri 9,3).
Nel
caso di chi tocca il cadavere di una persona, così come accade a Giuseppe
d'Arimatea e Nicodèmo che portano a seppellire il corpo
di Gesù e quindi ne
toccano le spoglie mortali, le leggi e le prescrizioni,
stabiliscono che:
«Chi avrà toccato il cadavere di qualsiasi persona, sarà
impuro per sette giorni. Quando uno si sarà purificato con l’acqua di
purificazione il terzo e il settimo giorno, sarà puro. Chiunque avrà toccato il
cadavere di una persona che è morta e non si sarà purificato, avrà contaminato
la Dimora del Signore e sarà eliminato da Israele. Siccome l’acqua di
purificazione non è stata spruzzata su di lui, egli è impuro; ha ancora addosso
l’impurità.». (Numeri 19,11-13).
Però, nel frangente in cui venne emanata questa norma, capitò
che alcuni uomini, nel seppellire una persona defunta nel giorno
della Pasqua, avevano toccato il suo cadavere e, di conseguenza,
erano diventati impuri quel giorno, perciò non potevano celebrare
la Pasqua.
Allora,
quegli uomini, intimoriti e rispettosi di quanto prescritto e desiderosi di
celebrare anche loro la Pasqua ebraica e senza voler
compromettere la loro vita sociale, si presentarono in quello stesso giorno
davanti a Mosè e davanti ad Aronne e dissero:
«Noi siamo impuri per il cadavere di un uomo: perché ci
dev’essere impedito di presentare l’offerta del Signore, al tempo stabilito, in
mezzo agli Israeliti?» (Numeri 9,7).
Mosè, di
fronte a quanto era accaduto e alla loro sincera richiesta, si rese conto della
particolarità del momento e rispose loro:
«Aspettate e sentirò quello che il Signore ordinerà a
vostro riguardo».
Dopo
che il Signore ebbe ascoltato il racconto di quanto successo e la
richiesta, parlò a Mosè e disse:
«Parla agli Israeliti dicendo loro: “Chiunque
di voi o dei vostri discendenti sia impuro per il contatto con un cadavere,
potrà celebrare la Pasqua in onore del Signore.» (cfr. Numeri
9,6-10).
Di conseguenza la conoscenza dottrinale di questa particolare eccezione,
concessa dal Signore Dio in occasione della
celebrazione della Pasqua ebraica, permetteva a Giuseppe e
Nicodemo di potersi occupare delle spoglie mortali di Gesù
senza il timore di contaminarsi diventando impuri in occasione dei
festeggiamenti della Pesach, anche se dovevano procedere quanto
più in fretta possibile per poter rientrare anche loro nei tempi stabiliti per
l’inizio della celebrazione pasquale.
Secondo la tradizione tutti gli ebrei sono tenuti ad osservare
questa festa ed anche Gesù con i suoi discepoli si preparano a
festeggiare la Pesach, così come descritto nei tre vangeli
sinottici.
Infatti Matteo
racconta che il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù
e gli dissero:
«Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
(Mt 26,17).
Anche Marco
riporta che il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i
discepoli dissero a Gesù:
«Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa
mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli che andarono e,
entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. (Mc 14,12-13.16).
Altrettanto descrive Luca
quando, arrivato il giorno degli Azzimi nel quale si doveva immolare la Pasqua,
Gesù dette le indicazioni per preparare la Pasqua e incaricò
Pietro e Giovanni dicendo loro:
«Andate a preparare per noi, perché possiamo mangiare la Pasqua».
Gli chiesero: «Dove vuoi che prepariamo?». Ed egli rispose
loro: «Direte al padrone di casa: “Il Maestro ti dice: Dov’è la stanza in
cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano
superiore una sala, grande e arredata; lì preparate». Essi andarono
e trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua». (Lc
22, 7-9. 12-13).
Nell’ambito dei momenti rituali della annuale ricorrenza della
festa della Pesach, tutti gli ebrei, compreso Gesù
e i suoi discepoli, si prepararono alla festa senza impurità e contaminazione, anche
se, in quell’anno specifico, la “Pasqua” si manifestò con una differenza
sostanziale che riguardò proprio Gesù, ovvero in quella
particolare festa della Pasqua ebraica egli divenne “l’agnello
sacrificato per tutto il popolo”.
Dunque
i giudei si preparano a festeggiare la Pesach a cui giungere
senza impurità e contaminazione, tanto che, dopo essere riusciti a catturare Gesù,
facendolo arrestare, l’evangelista Giovanni racconta:
«all’alba del venerdì della Parasceve i
Giudei non vollero entrare nel pretorio, durante il processo a Gesù di
fronte a Pilato, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua ebraica senza
impurità». (cf. Gv 18, 28).
Perciò anche Giuseppe di Arimatea e Nicodemo,
si erano preparati a festeggiare la Pesach a cui intendevano,
certamente, giungere senza impurità e contaminazione; purtroppo, però, gli
avvenimenti di quel venerdì di Parascève divennero
talmente travolgenti che, quando Gesù è ormai morto sulla croce,
sia Giuseppe che Nicodemo pietosamente si accingono a
seppellirlo, ma dovendo anche festeggiare la Pesach, si
mobilitarono subito per dare sepoltura al corpo di Gesù, ed
evitare che rimanesse appeso alla croce durante il giorno di Pasqua.
Ed è
proprio in questo momento che la pietà misericordiosa di Giuseppe e Nicodèmo
invade la scena del dramma appena consumato, sia per deporre e seppellire il
corpo di Gesù e sia per vivere la Pesach senza
impurità e contaminazioni, così come prescrivono le leggi e le norme contenute
nel Pentateuco dei Sacri Testi dell’Antico Testamento, infatti il Deuteronomio indica
che:
«Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu
l’avrai messo a morte e appeso a un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere
tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l’appeso
è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore, tuo
Dio, ti dà in eredità.» (Dt 21, 22-23).
Nei vangeli
canonici è evidenziato con chiarezza sia il venerdì di Parascève sia il momento della giornata in cui accade questa
situazione, infatti Marco riporta:
«venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del
sabato». (Mc.15,42);
Anche nel vangelo di Luca
è descritto che:
«era il giorno della Parascève e già splendevano le
luci del sabato». (Lc.22, 53-54);
Ancora, in modo
particolare, nel vangelo di Giovanni è raccontato che:
«era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non
rimanessero sulla croce durante il sabato – e quel sabato era un giorno solenne
–, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via». (Gv
19,31-33);
Inoltre,
sempre nel vangelo di Giovanni, il racconto prosegue:
«era il giorno della Parascève dei Giudei e
dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù».
(Gv. 19, 40-42).
Ciò significa che per gli ebrei ormai la festa è prossima e
tutti vogliono rimanere puri e incontaminati, oppure, se contaminati da qualche
impurità, vogliono purificarsi prima possibile e in tempo per la Pesach,
ed è per questo che devono sbrigarsi frettolosamente a compiere ogni azione, a
svolgere i vari tipi di attività, a preparare i cibi, le pietanze e ogni altra
cosa necessaria alla festa, affinché tutto sia completato e pronto entro la
sera del venerdì di Parascève, prima che inizi lo Shabbat.
Invece
quello specifico, particolare, unico e irripetibile venerdì di Parascève,
non per tutti è il giorno che precede la festa, infatti ciò che drammaticamente
accadde è raccontato nei canonici vangeli sinottici, Matteo scrive che:
«a mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del
pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce ed emise lo spirito». (Mt
27, 45-50);
Anche
Marco riporta che:
«quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle
tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù dando un forte grido, spirò». (Mc
15, 33-37);
Lo
stesso momento è descritto pure da Luca:
«era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino
alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Gesù, gridando a gran
voce, spirò». (Lu 23, 44-45)
È il momento più
toccante, è l’attimo in cui sembra che il tempo si è fermato, tutti i presenti reagivano
ognuno in modo differente: i nemici di Gesù attendevano
con scherno qualcosa di particolarmente eclatante come prova che dimostrasse che
fosse il figlio di Dio, nel mentre già assaporavano soddisfatti
di aver avuto ragione; i Suoi amici increduli per
l’accaduto piangevano la sua scomparsa; invece i misericordiosi
colmi di umana pietà si preoccupavano di deporre quelle spoglie mortali dalla
croce per darne degna sepoltura e, soprattutto, rimuovere quel corpo dalla
vista di tutti gli ebrei spettatori di uno speciale “spettacolo” che,
comunque, aveva animato le celebrazioni di quella festività pasquale.
Giuseppe e Nicodemo,
nel momento in cui si occupano del corpo mortale di Gesù, agiscono
istintivamente per “umana pietà” senza riflettere o badare ad
alcun timore; infatti se da una parte per il loro coraggioso istinto
non temono di contaminarsi diventando impuri per i festeggiamenti della Pesach,
anche in virtù della conoscenza della particolare eccezione concessa
dal Signore Dio in occasione della celebrazione della Pasqua
ebraica, dall’altra parte, invece, per la loro misericordiosa
umana pietà si preoccupano che il cadavere di Gesù, messo
a morte e appeso alla croce, non fosse considerato una “maledizione di
Dio” e “causa di contaminazione”,
per cui non doveva rimanere tutta la notte sulla croce e bisognava seppellirlo
quello stesso giorno. (cfr. Dt 21, 22-23).
L’azione
di Giuseppe e Nicodemo aveva proprio lo scopo di
evitare che il corpo mortale di quell’uomo speciale
rimanesse lì sulla croce; infatti loro non desideravano e non potevano
permettere che, nel momento del tragico compimento della Sua
vita, Gesù il Cristo di Dio venisse
considerato proprio come sta scritto nella legge di Dio stesso:
«Diventerai oggetto di orrore per tutti i regni della
terra. Il tuo cadavere diventerà pasto di tutti gli uccelli del
cielo e degli animali della terra e nessuno li scaccerà.» (Dt 28,
25-26).
Questi motivi e circostanze inducono convintamente Giuseppe
e Nicodemo a recarsi da Pilato per chiedere il corpo di Gesù,
deporlo dalla croce, provvedere alla sepoltura in modo da evitare lo scempio
delle spoglie mortali.
Infatti gli ebrei usavano, da tradizione, che se i condannati a
questo supplizio non erano ancora morti entro la sera del venerdì di
Parascève, prima dell’inizio dello Shabbat, si dovevano
spezzare loro le gambe per accelerarne la morte e portarli via da quel luogo,
seppellendoli nelle fosse comuni.
A
questo proposito Giovanni racconta:
«Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi
non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne
quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero
portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro
che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che
era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia
gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua». (Gv
19, 31-34)
Perciò,
subito dopo la morte di Gesù, l’intervento tempestivo di Giuseppe
e Nicodèmo, tiene conto anche di questo aspetto della loro tradizione a
cui si aggiunge, per ultima, la preparazione alla sepoltura del corpo del
defunto secondo le usanze, così come Giovanni racconta:
«Giuseppe di Arimatea, chiese a Pilato di prendere il
corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù.
Vi andò anche Nicodèmo e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di
àloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad
aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura.» (Gv 19,
31-42).
Anche
Marco racconta che:
«Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato,
con coraggio Giuseppe andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò
che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da
tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe.» (Mc.15,42-45).
Pure Luca racconta
che:
«Giuseppe lo depose dalla croce, lo avvolse con un
lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era
stato ancora sepolto.» (Lc.22, 53).
Infine,
Matteo descrive il modo in cui l’evento accaduto si conclude:
«Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito
e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia;
rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò.»
(Mt. 27, 57-60).
La morte di Gesù, quindi, ha scatenato un
susseguirsi frenetico di tanti e vari momenti convulsivi, a volte anche confusi
che, nonostante l’imponente Figura del protagonista di questo
drammatico evento, sembrano rappresentare le stesse e comuni situazioni
quotidiane presenti alla morte di ogni essere umano fino a quando, compiuto il
pietoso rito della sepoltura e, terminata la deposizione delle spoglie mortali
nel sepolcro, “chiusa la porta”, tutti vanno via.
8 – L’umana pietà di Giuseppe
e Nicodemo
La crocefissione di Gesù è avvenuta nella tarda mattina
del venerdì di Parascève, il giorno che precede lo Shabbat,
il sabato solenne della Pasqua Ebraica.
L’agonia, iniziata già da mezzogiorno quando Pilato lo aveva
consegnato ai giudei, ormai stava volgendo al termine e circa alle tre di quel
pomeriggio Egli spirò come descritto nei vangeli.
Infatti,
racconta Matteo:
«A mezzogiorno si fece
buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò
a gran voce: «Elì,
Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio,
perché mi hai abbandonato?». Poi Gesù di nuovo
gridò a gran voce ed emise lo spirito». (Mt 27, 45-50)
Anche Marco scrive:
«Quando fu mezzogiorno,
si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù
gridò a gran voce: «Eloì,
Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio,
perché mi hai abbandonato?». Poi Gesù, dando un
forte grido, spirò». (Mc 15,
33-37)
Lo stesso momento è
descritto da Luca:
«Era già verso
mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio,
perché il sole si era eclissato. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre,
nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò». (Lc 23, 44-46)
L’evento è testimoniato
dalla presenza personale di Giovanni:
«Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato lo consegnò loro
perché fosse crocifisso.
Gesù, sapendo che ormai tutto era
compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un
vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una
canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È
compiuto!». E chinato il capo, consegnò lo spirito». (Gv 19, 14-16.
28-30).
Per i giudei questo caso, della crocefissione di Gesù
e degli altri due condannati allo stesso supplizio, era da trattare secondo le
regole della tradizione, cioè rimuovere i corpi dei condannati prima possibile
da quel luogo ed evitando, così, che rimanessero sulle croci durante il giorno
dello Shabbat, il sabato solenne per la Pasqua Ebraica.
Infatti, la richiesta a Pilato di far spezzare le gambe ai
crocefissi, accelerandone la morte in modo da deporli dalle croci e portarli
via, aveva proprio lo scopo di evitare che la popolazione di quei luoghi fosse
contaminata prima della Pesach.
Però non avevano previsto la repentina morte di Gesù,
tanto che quando arrivarono i soldati per spezzare le gambe ai crocefissi e
portarli via, si accorsero che era già morto, come scrive Giovanni:
«Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e
all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù,
vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con
una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua». (Gv
19, 32-34).
Dopo i primi attimi di sconcerto, di stupore e di incredulità
per la morte di Gesù, alcuni dei presenti, presi dalla
commozione, coinvolti profondamente e toccati nel loro cuore, cominciano a
preoccuparsi per le sorti del Suo corpo e nelle loro menti si
materializzano tanti pensieri, domande e ragionamenti.
È
possibile che il Figlio di Dio sia finito così?
Adesso
che succede?
Il Suo
corpo verrà seppellito nella fossa comune!
Cosa
si può fare per evitare che ciò accada?
Bisogna
fare qualcosa per Lui!
La
Pasqua è vicina e quel corpo non può rimanere lì, è il Figlio di Dio!
Chi
si prenderà cura di quelle spoglie mortali?
Non c’è tempo da perdere!
La Pesach sta per iniziare dopo il tramonto di
quel venerdì della Parascève, non si può abbandonare il corpo di
quell’uomo speciale, come se fosse il cadavere di un
delinquente qualsiasi condannato a morte, perciò bisogna fare qualcosa, ma chi
si deve occupare delle spoglie mortali di quel Santo di Dio, ed è
anche necessario sbrigarsi a deporlo dalla croce.
Non
è giusto abbandonare quel corpo lì dove stà, adagiato su quella croce che lo ha
abbracciato e lo ha accolto, contrariamente agli uomini che hanno respinto e
ripudiato Gesù, il Figlio di Dio, non lo hanno
voluto riconoscere come il Cristo di Dio, anzi, per gelosia e
paura che potesse mettere in crisi lo stato e i privilegi delle loro gerarchie
politico-religiose, lo hanno voluto uccidere proprio come aveva indicato Caifa,
il sommo sacerdote che aveva detto:
«Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un
solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!».
(Gv 11, 47-53).
Ed ecco che, nella mente dei presenti, la pietà verso quelle
spoglie mortali cresce, diventa una bramosia collettiva, gli sguardi veloci si
incrociano, sono carichi degli stessi sentimenti, la commozione è talmente
forte che dalla bocca di ognuno non può uscire nessun suono, le lacrime
scendono sulle guance ma non c’è la forza per asciugarle, gli occhi brillano e
non sono capaci di distinguere le figure e le persone vicine.
Allora qualcuno si muove, ha compreso che è necessario proteggere
quel corpo e dargli una sepoltura dignitosa e attira l’attenzione
degli altri presenti, i volti si girano verso di lui, tutti pensano che stia
andando via, invece no, vuole andare a farsi autorizzare a prendere il corpo di
Gesù.
È Giuseppe che, dopo un attimo di esitazione si
muove, si volta indietro come a chiamare a se gli altri, per capire se quello
che deve fare, lo deve fare da solo o c’è qualcun altro che sta pensando ciò
che pensa lui.
Infatti Nicodemo che, incrociando lo sguardo di Giuseppe,
capisce la sua intenzione e di istinto lesto, si muove pure lui con un
passo e una cadenza svelta, ma lenta, lo segue con affanno e insieme corrono
verso il palazzo del governatore, non c’è tempo da perdere, la sera si avvicina
e si dividono i compiti: Giuseppe, corre dal governatore, Nicodemo
va ad organizzare la sepoltura
Bisogna fare di tutto per dare una degna sepoltura al corpo di Gesù,
il Cristo, il Figlio di Dio, prima che faccia buio
e inizi la festa di Pasqua.
Il
loro pietoso gesto è protettivo del corpo di Gesù
non solo dallo sciacallaggio degli animali, ma anche e soprattutto per
proteggerlo dagli schernitori, togliendolo subito dalla loro vista:
«Il tuo cadavere diventerà pasto di tutti gli uccelli del
cielo e degli animali della terra e nessuno li scaccerà.» (Dt 28, 26).
Giuseppe e Nicodemo,
quindi, volendo proteggere il corpo di quell’uomo Santo
dalla mercé di commenti sconsiderati e sarcastici sia dei farisei e sia dei
passanti, non potevano permettere che rimanesse lasciato lì appeso abbandonato al
pubblico ludibrio e poi venisse sepolto nelle fosse comuni.
Tutto questo era da evitare e, profondamente turbati dalla
modalità con cui gli eventi erano accaduti, scatta in loro il senso di umana
pietà, per cui, la commozione si trasforma in coraggiosa azione che li
porta a non avere più paura né delle regole religiose, né degli altri ebrei e
né degli altri componenti del Sinedrio, i quali senz’altro avrebbero voluto che
il corpo martoriato di Gesù rimanesse appeso ed esposto alla
vista del popolo, come trofeo della loro vittoria e perciò dato in pasto agli
avvoltoi sia animali che uomini, per poi straziarlo e buttarlo nella fossa
comune per dimenticarne l’esistenza.
Perciò Giuseppe e Nicodemo, pur
consapevoli che quella azione intrapresa li metterà in contrapposizione agli
altri ebrei e ai membri del Sinedrio scatenando un rabbioso sentimento di odio
nei loro confronti, sono incuranti di tutto questo e, non intendendo lasciare
il corpo di Gesù nelle mani dei suoi carnefici, provvedono subito
ad organizzare la sepoltura dignitosa entro quella sera stessa.
Descrive
Marco:
«Giuseppe d’Arimatea,
con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che
fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo.
Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe». (Mc 15,
43-45).
Riferisce
Matteo:
«Giuseppe si presentò
a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse
consegnato». (Mt 27, 58).
Riporta
Luca:
«Giuseppe si presentò
a Pilato e chiese il corpo di Gesù». (Lc 22, 52).
Racconta
Giovanni:
«Giuseppe di Arimatea,
chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Vi andò anche
Nicodèmo». (Gv 19, 38-39).
Appena ottenuta l’autorizzazione da Pilato a prelevare
il corpo di Gesù, Giuseppe e Nicodemo
provvedono subito ad organizzare la sepoltura con le modalità consuete della
tradizione ebraica del tempo.
Dice
Matteo:
«Giuseppe prese il
corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito». (Mt 27,59)
Narra
Marco:
«Giuseppe allora,
comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo».
(Mc 15, 46)
Espone
Luca:
«Giuseppe lo depose
dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo». (Lc 22, 53)
Spiega
Giovanni:
«Giuseppe andò e prese
il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo e portò cento libbre di una mistura di
mirra e di àloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli,
insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura».
(Gv 19, 38-40)
Nicodemo,
così facendo, intendeva rendere onore a Gesù, il Figlio di Dio,
così come si fa con un personaggio importante, come un Re e, ormai, Gesù
era diventato, di fatto, il Re dei Giudei, così come aveva proclamato
Pilato:
«Ecco il vostro re!». (Gv 19,14b)
E Giovanni
scrive che:
«Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla
croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». (Gv 19,19)
Questo
venne scritto nonostante la contrarietà dei capi dei sacerdoti, i quali avevano
chiesto di non riportare quella dicitura, ma Pilato rispose:
«Quel che ho scritto, ho scritto». (Gv 19,22)
Anche
Matteo dice che:
«Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della
sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei». (Mt 26, 37)
Lo
stesso è riportato da Luca:
«Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re
dei Giudei». (Lc 23, 38)
Quindi Nicodemo, portando con se cento
libbre di una mistura di mirra e di àloe, volle
esprimere, con quel gesto significativo, il rispettoso onore dovuto al Re
e, infatti, a quel tempo cento libbre, corrispondenti a circa trenta chili, era
la quantità di aromi utilizzata proprio per la sepoltura di un Re.
Giuseppe anche
lui, senza indugiare, intende dare un valore speciale al corpo di Gesù
e decide di seppellirlo nel nuovo sepolcro che aveva preparato per se, scavato
nella roccia e situato in un giardino vicino a quel luogo, lo mette a
disposizione per accogliere le spoglie mortali del Cristo di Dio,
proteggendolo ed evitando così che venisse gettato in una fossa comune:
Racconta
Matteo:
«lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto
scavare nella roccia» (Mt 27, 60).
Riporta
Marco:
«lo mise in un sepolcro scavato nella roccia». (Mc 15, 46).
Riferisce
Luca:
«Lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale
nessuno era stato ancora sepolto». (Lc 22, 53).
Descrive
Giovanni:
«nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e
nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto.»
(Gv 19, 41).
Ormai
è sera inoltrata quando, il corpo di Gesù lavato e ripulito
dignitosamente è stato riposto nel sepolcro e tutte le rituali operazioni della
sepoltura sono terminate, Giuseppe e Nicodemo anche
se provati dall’estenuante, faticosa e impegnativa giornata, ormai ritengono di
aver compiuto tutto il necessario per la sepoltura dignitosa del corpo di quell’uomo
speciale.
Quell’uomo che
credevano essere il Messia, il Cristo di Dio;
quell’uomo in
cui hanno creduto fin dal primo momento che lo hanno incontrato;
quell’uomo che
ha fatto tanto bene alla gente semplice;
quell’uomo che
ha operato tante guarigioni miracolose;
quell’uomo che
ha fatto resuscitare i morti;
quell’uomo, ... già proprio quell’uomo, non c’è più … è morto;
adesso, protetto e sottratto ai malintenzionati, il corpo di
quell’uomo può riposare in pace.
In fine anche Nicodemo e Giuseppe, dopo
aver compiuto tutto quello che era necessario compiere, chiusa l’entrata del
sepolcro, vanno via.
Dice
Marco:
«Fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro».
(Mc 15, 46)
Racconta
Matteo:
«Rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro,
se ne andò». (Mt 27, 60)
9 – L’umana pietà dei
presenti
Questo loro istintivo atteggiamento coraggioso, certamente è
stato notato e avvertito anche dai presenti all’evento, alcuni dei quali,
impietositi e commossi per quanto accaduto, si sono resi disponibili a
collaborare alle operazioni di recupero del corpo crocifisso e alla sua
sepoltura.
In
quel luogo e nel momento in cui è
accaduto l’evento della crocifissione e morte di Gesù, sono
presenti anche altre persone indicate da Giovanni:
«Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di
sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la
madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna,
ecco tuo figlio!». (Gv 19, 25-26)
Anche
Matteo indica le persone presenti:
«Vi erano là anche molte donne, che osservavano da
lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste
c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei
figli di Zebedeo». (Mt 26, 55-56).
Le
persone indicate da Marco sono:
«Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano,
tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e
Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte
altre che erano salite con lui a Gerusalemme». (Mc 15, 40-41)
«Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a
osservare dove veniva posto». (Mc 15,47)
Invece
Luca non indica i nomi, ma descrive le persone in modo generico:
«Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano
seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo».
(Lc 23, 49)
Da questi racconti si evince che mentre sulla croce si consumava
il dramma mortale di quell’uomo speciale, il Messia,
il Cristo di Dio, erano tante le persone presenti che assistevano
a questo particolare evento e oltre a Maria sua madre, a Giovanni,
il discepolo che egli amava, erano presenti i parenti tra cui i fratelli e le
sorelle dello stesso Gesù.
Proprio
i fratelli indicati da Marco:
«Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di
Ioses (Giuseppe), di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da
noi?». (Mc 6,3)
Gli
stessi indicati da Matteo:
«Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si
chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue
sorelle, non stanno tutte da noi? ». (Mt 13,55-56)
L’entrata in scena di Giuseppe e Nicodemo
con il loro sentimento di umana pietà, scuote tutti gli astanti
che, pervasi anch’essi dallo stesso sentimento, si rendono disponibili a
collaborare a tutte le operazioni necessarie a dare degna sepoltura alle
spoglie mortali di quell’uomo speciale.
Dunque si può dedurre che il frenetico movimento posto in atto
da Giuseppe e Nicodemo, per effettuare le
operazioni di staccare il corpo morto per poi calarlo giù dalla croce, abbia
scosso anche i presenti e in particolare i parenti stretti di Gesù,
il cui aiuto si è rivelato necessario.
Quindi considerando il peso di quel corpo, con le membra
appesantite dall’abbandono fisico della carne, era necessario che, mentre
qualcuno lo staccava dalla croce, qualcun altro lo reggesse per poi, insieme,
calarlo verso il basso dove, almeno altri due, lo accogliessero depositandolo
in terra.
In fine per trasportare, su un percorso alquanto accidentato,
quel corpo a peso morto fino al luogo della sepoltura, anche se questo era
vicino, due sole persone non più tanto giovani e vigorosi, avrebbero fatto
molta fatica, oltre ad effettuare ripetute e numerose soste.
Perciò Giuseppe e Nicodemo, pur essendo
entrambi effettivamente gli ideatori e promotori principali, nell’organizzare,
dirigere e collaborare personalmente alle operazioni di distacco dalla croce,
alla discesa in basso, al trasporto fino al sepolcro e al trattamento del corpo
per la sepoltura, comunque non fecero tutto da soli, ma siano stati aiutati da
altre persone che potevano essere i fratelli di Gesù o altri suoi
familiari stretti, oppure persone al servizio di Giuseppe e Nicodemo,
considerando il loro stato sociale, oppure alcuni dei presenti all’evento
coinvolti in modo fortuito e istintivo.
Di conseguenza costoro sono da considerare meritevolmente “figure
di umana pietà”.
Dagli avvenimenti, così come accaduti, si comprende che in Giuseppe
e Nicodemo è fortemente presente e visibile la coraggiosa
disponibilità a modificare e cambiare se stessi, tanto da stravolgere il loro
modo di pensare, di interpretare e applicare le leggi e le prescrizioni del Signore
Dio che, emanate allo scopo di forgiare e rendere saggio il cuore degli
esseri umani, ha particolarmente plasmato il loro cuore suscitando l’umana
pietà proprio verso quell’Uomo Gesù, il Cristo,
il figlio di Dio, di cui hanno compreso l’inestimabile valore.
Quel cambiamento coraggioso è stato tale da trasformare non solo
se stessi, ma anche altri con loro da semplici uomini in persone
esemplari che hanno assunto una forte rilevanza sulla scena di questi
avvenimenti e, quel gesto inconsapevolmente istintivo di umana pietà,
segnerà e fisserà per sempre, nella storia della vita di Gesù, la
presenza di Giuseppe e Nicodemo come personaggi
collaterali e fattivi collaboratori di Dio, quali ultimi custodi,
nel momento dell’inesorabile distacco dalla carnale esistenza temporale, della straordinaria
figura di esistenza umana del Cristo di Dio e diventando,
quindi, gli accompagnatori finali verso la trasmutazione nell’eterna dimensione
universale della Divina Figura.
Proprio
questa modalità di agire, sollecitata soprattutto da quei concetti
umanistici che caratterizzano la “civiltà occidentale”, dimostra
quanto l’essere umano sia capace di compassione ed intervenire senza indugio nei momenti particolarmente
significativi, difficoltosi e drammatici della carnale esistenza temporale,
collaborando con sinceri sentimenti di “umana pietà”.
INDICE degli ARGOMENTI
2 – Figure di umana pietà
3 – Giuseppe di Arimatea
4 – Nicodèmo
5 – Pesach, la Pasqua ebraica
6 – La Pesach e l’impurità
7 – La Pesach di Gesù
8 – L’umana pietà di Giuseppe e Nicodemo
9 – L’umana pietà dei presenti
10 – Conclusioni
Istituzione della PASQUA
Antico Testamento – Pentateuco – ESODO – Es 3, 9-12. 15
Antico Testamento – Pentateuco – ESODO – Es 11, 4-7
Antico Testamento – Pentateuco – ESODO – Es 12, 1-8. 11-14
Antico Testamento – Pentateuco – ESODO – Es 20, 1-17
Antico Testamento – Pentateuco – DEUTERONOMIO – Dt 21, 7-8. 22-23
Antico Testamento – Pentateuco – DEUTERONOMIO – Dt 28, 26
Antico Testamento – Pentateuco – Libro del LEVITICO
LEVITICO - 4 – Impurità spirituale.
LEVITICO - 5 – Impurità corporale.
LEVITICO - 6 – Oblazione di riparazione.
LEVITICO - 7 – Sacrificio di riparazione.
LEVITICO - 8 – Sacerdote.
LEVITICO - 10 – Sacrificio illegittimo con rito illegittimo dei sacerdoti.
LEVITICO - 11 – Impurità per contaminazione di cadavere di animale.
LEVITICO - 12 – Impurità della natura umana.
LEVITICO - 13 – Impurità per malattia. Infezione corporale: lebbra, tumore o tigna.
LEVITICO - 14 – Modo di individuare le infezioni e riti di purificazione.
LEVITICO - 15 – Impurità per gonorrea da rapporto sessuale; per mestruazioni. Riti purificazione.
NUMERI - 5 – Impurità per un defunto.
NUMERI - 9 – Celebrazione della Pasqua di uomini impuri per la contaminazione di cadavere.
NUMERI - 19 – Impurità per la contaminazione di cadavere.
DEUTERONOMIO - 21 – Il cadavere di un morto appeso seppellito lo stesso giorno.
DEUTERONOMIO - 28 – Obbedire alla voce del Signore per non diventare pasto per avvoltoi.
Nuovo Testamento – Vangeli Canonici – Vangelo di MATTEO
MATTEO - 15 – Le impurità del cuore
MARCO - 1 – Gesù purifica
MARCO - 10 – La legge di Mosè
MARCO - 7 – Le impurità che escono dall’uomo
LUCA - 5 – Gesù purifica
GIOVANNI - 13 – Non tutti puri di cuore.
Nuovo Testamento – Vangeli Canonici – Vangelo di GIOVANNI
GIOVANNI - 11 – Decisero di uccidere Gesù.
Nuovo Testamento – Vangeli Canonici – Vangelo di MATTEO
MATTEO - 27 – Gesù crocifisso era morto.
MARCO - 15 – Gesù crocifisso era morto.
Nuovo Testamento – Vangeli Canonici – Vangelo di LUCA
LUCA - 22 – Gesù crocifisso era morto.
GIOVANNI - 19 – Gesù crocifisso era morto.
Vangeli Apocrifi – Vangelo di PIETRO
PIETRO - 6 – Gesù crocifisso era morto.
Enciclopedia TRECCANI
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